Alla Climate Week di New York sono state messe al centro le politiche di adattamento in un mondo a +1,5 gradi, con temperature in crescita
di Francesco De Augustinis
Mettere al sicuro le persone dagli effetti del riscaldamento globale, che stanno già producendo migliaia di morti. Questo è uno dei messaggi più forti venuti a galla durante la Climate Week di New York, un evento internazionale in cui delegati e organizzazioni del settore pubblico e del privato da tutto il mondo si sono riuniti per parlare della sfida climatica, che si è tenuto a New York dal 20 al 27 settembre.
All’evento le principali agenzie delle Nazioni Unite hanno portato un chiaro messaggio: il cambiamento climatico è già qui, e mentre ragioniamo di “mitigazione” – e quindi di riduzione delle emissioni – dobbiamo cambiare i termini del discorso, e mettere al centro “l’adattamento” – ovvero tutte quelle politiche per contenere i danni sulle persone, le società e i sistemi produttivi, legati all’aumento delle temperature.
“Stiamo entrando in una nuova discussione,” ha detto Martin Clouser, direttore della divisione Cambiamenti climatici del programma ambientale delle Nazioni Unite (Unep), durante un incontro alla Climate Week. “Dobbiamo parlare seriamente di adattamento trasformazionale, un cambiamento del sistema per ridurre la nostra vulnerabilità.”
Il 2 settembre l’Unep ha pubblicato un report (Limiting Overshoot) in cui ha annunciato per la prima volta in modo ufficiale che non riusciremo a centrare l’obiettivo degli Accordi di Parigi, che mirava a ridurre le emissioni di CO2 e altri gas serra per contenere l’aumento delle temperature globali a +1,5 gradi.
“È inevitabile che supereremo il limite,” ha detto Clouser. Secondo l’esperto, questo significa che gli sforzi per ridurre le emissioni di gas serra ora hanno l’obiettivo di far tornare le temperature sotto quella soglia considerata di sicurezza – uno scenario ritenuto ambizioso ma ancora possibile – ma che intanto l’inevitabile superamento impone un cambiamento di prospettiva per orientare politiche e investimenti: “Ora che sappiamo che non possiamo farcela, dobbiamo cambiare i termini del dibattito e parlare di adattamento,” ha detto.
Morti di clima
L’estate che si è appena conclusa è stata la più calda mai registrata nell’emisfero nord. Già a luglio 2026, dopo le prime ondate di calore straordinarie, alcuni osservatori hanno provato a conteggiare le conseguenze in termini mortalità di questo caldo eccezionale in Europa, stimando 20mila morti “aggiuntive” dovute al caldo nel mese di giugno, di cui 2700 in Italia tra il 22 e il 28 giugno.
Queste stime sono basate su dati statistici, perché non è sempre possibile tracciare un rapporto di causa effetto tra il caldo eccezionale e le morti, che riguardano fasce deboli o a rischio della popolazione, come anziani, bambini, persone vulnerabili o maggiormente esposte alle temperature. Per fare un paragone, dati più solidi stimano che nel 2022 – estate in cui si registrò un caldo eccezionale dovuto a El Niño – in Europa si contarono 70mila morti in più legate allo stress termico.
Un altro studio pubblicato a settembre dall’Università di Chicago ha stimato che entro febbraio 2027 dobbiamo aspettarci 451mila morti, soprattutto nell’emisfero meridionale, per effetto del “Super El Niño” – un evento atmosferico naturale, aumentato di intensità per effetto del riscaldamento globale. “Prevediamo che 451mila vite saranno perse per via del caldo nei primi nove mesi di El Niño, rispetto a un anno normale,” hanno scritto i ricercatori.
Il report indica Nigeria (31mila morti), Indonesia (19mila), Sudan (17mila), India (16mila), e Brasile (13mila) in cima alla lista dei Paesi più colpiti. L’Italia viene menzionata, con 780 morti aggiuntive.
“El Niño ci sta di fatto proiettando nel futuro,” si legge nel documento, “esponendoci a temperature che non saranno la norma prima di altri due decenni – prima ancora che abbiamo il tempo di adattarci e proteggerci.” Anche lo studio, nelle sue conclusioni, invita ad accelerare sulle politiche di adattamento, menzionando piani di allerta caldo, iniziative di assistenza sanitaria rivolte alle fasce di popolazione vulnerabili, “centri di refrigerazione e punti di idratazione”, tutele per i lavoratori e misure per proteggere le persone dal caldo estremo.
Di sistemi di allerta ha parlato anche Prakriti Dhakal, sottosegretaria del primo ministro del Nepal, durante l’incontro a New York. Dhakal ha raccontato la recente catastrofe che ha colpito il Paese, quando il collasso di un ghiacciaio ha generato inondazioni, uccidendo oltre 14mila persone e provocando danni per 5 miliardi di dollari. “Il Paese ha 2323 ghiacciai, e 21 sono molto vulnerabili,” ha detto Dhakal alla platea, descrivendo le drammatiche fasi di ricerca e soccorso, con altre 6mila persone che ancora risultano disperse.
Sistemi resilienti
Le priorità di adattamento che sono venute a galla nell’evento di New York non riguardano soltanto la vita delle persone, ma anche la protezione delle società e dei loro ingranaggi, come la sanità, o i sistemi produttivi, in particolare l’agricoltura.
“L’adattamento avviene nelle aziende agricole che si adeguano ai cambiamenti del regime delle precipitazioni, nelle comunità esposte al rischio di inondazioni, nelle regioni che si preparano alla stagione degli incendi boschivi e nelle città, garantendo alle persone luoghi sicuri durante i periodi di caldo estremo,” ha detto Julia Gardiner, presidente dell’organo di attuazione della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) – il programma delle Naizoni Unite che coordina le conferenze sul clima.
Parlando di agricoltura, in Italia a metà agosto la Coldiretti stimava 3 miliardi di euro di danni alle produzioni, dovuti a caldo estremo, siccità, grandine, roghi. “La situazione più critica resta concentrata al Nord, dove la scarsità d’acqua sta mettendo a rischio intere produzioni. In alcune aree il mais rischia di andare completamente perso, mentre cresce l’allarme per il riso, con punte del 40% di calo del raccolto,” scriveva l’associazione, che auspica investimenti in un piano nazionale degli invasi per contrastare la siccità nei prossimi anni.
Programmi di adattamento per il settore agricolo possono riguardare misure tampone, come la gestione idrica menzionata da Coldiretti, ma anche migliori sistemi di allerta, l’utilizzo di sementi che resistono alle inondazioni o alla siccità, infrastrutture e tutele aggiuntive per i lavoratori. Soluzioni più strutturali riguardano invece il ripensamento di sistemi produttivi alimentari molto sbilanciati – di cui è un esempio la Pianura Padana, basata su allevamenti intensivi e colture di mais per la produzione di mangimi, che soffrono lo stress termico, sono fortemente idrovore, producono consumo di suolo e concentrazione di azoto.
In un rapporto del 2021 sulla terra e il cambiamento climatico, l’IPCC – il panel di scienziati che studiano il cambiamento climatico per conto delle Nazioni Unite – fa riferimento a pratiche di produzione sostenibili, come l’agroecologia o l’agroforesteria, quali strumenti di adattamento per garantire alcuni “servizi ecosistemici” come la produzione di cibo, la biodiversità, la riduzione delle emissioni di gas serra e la cattura della CO2.
“Le nostre infrastrutture, i sistemi alimentari, sono vulnerabili,” ha detto Clouser nel suo intervento. “Dobbiamo capire come possiamo trasformare questi sistemi, per ridurre la vulnerabilità agli impatti climatici, che sappiamo si verificheranno, poiché stiamo superando la soglia di 1,5 gradi.”
(Foto: Villaggio alluvionato in Nepal – Thapaliyashreeram / Wikimedia)








