Lo studio, pubblicato a settembre, si basa su una roadmap della Fao che prevede la crescita dell’acquacoltura del +75% entro il 2040 (rispetto al 2020), I tre scenari e le repliche della Fao
di Francesco De Augustinis
Quasi la metà del pesce pescato nel mondo potrebbe essere “ridotto” in farina e olio di pesce per produrre mangimi per gli allevamenti ittici nel 2040, secondo i risultati di uno studio pubblicato a settembre dalla Ong Changing Markets Foundation, realizzato in collaborazione con i ricercatori dell’Università della British Columbia, in Canada.
Lo studio si basa su una roadmap pubblicata dalla FAO, che prevede la crescita dell’acquacoltura del +75% entro il 2040 (rispetto al 2020), e stima le conseguenze di una simile crescita prospettando tre diversi scenari.
“Quello che abbiamo scoperto è che dipende molto da quali specie si alleveranno” per perseguire questa crescita, ha detto Tara Ganesh, autrice del report per contro della Ong. “In base a questo, l’impatto può variare tantissimo,” ha detto.
Secondo le stime della FAO, ad oggi circa il 20% di tutto il pesce pescato a livello globale non viene consumato per scopi alimentari, ma viene “ridotto” in farina e olio di pesce, per la produzione di mangimi per il settore zootecnico, prevalentemente allevamenti di pesce, ma anche allevamenti a terra. Secondo gli autori dello studio, la percentuale di mangimi usati per i soli allevamenti ittici potrebbe crescere fino al 46%, se questa industria dovesse crescere esponenzialmente, come ipotizzato dalla roadmap FAO.
L’acquacoltura è l’industria alimentare che cresce più rapidamente al mondo, e dal 2022 produce la metà dei prodotti ittici consumati a livello globale. Ma il termine “acquacoltura” racchiude in realtà produzioni molto diverse, che hanno un diverso impatto sull’ambiente e gli ecosistemi. Si va dalla coltivazione delle alghe, all’allevamento di vongole o cozze, che sono organismi filtratori che non richiedono l’uso di mangimi, fino all’allevamento di pesci erbivori, fino all’allevamento di specie carnivore, come le spigole, le orate, i salmoni, i gamberi e il tonno.
La FAO da anni sostiene la crescita di questo settore, e negli ultimi anni ha pubblicato degli obiettivi ambiziosi: un aumento del +35% della produzione entro il 2030 (rispetto al 2020), e una crescita del +75% entro il 2040. Ma non specifica quali specie dovranno essere allevate per raggiungere questi livelli di produzione.
Su quest’ultimo dato (+75%) si sono basati gli autori dello studio di Changing Markets per costruire tre scenari, che stimano cosa succederebbe se si dovesse raggiungere un simile livello di produzione, in termini di aumento della domanda di pesce selvatico per produrre mangimi. Nel primo scenario, dal 13 al 17% del pesce catturato andrebbe usato per produrre mangimi, se l’espansione del settore avvenisse quasi esclusivamente attraverso nuove produzioni di alghe, molluschi, o pesci erbivori; nel secondo scenario l’industria continuerebbe a crescere come sta facendo oggi, con un ruolo rilevante di specie carnivore come il salmone o i gamberi, e pertanto il 29%-38% dei pesci pescati nel mondo sarebbero usati per produrre mangimi; nel terzo scenario, la spinta dell’industria verso queste produzioni, che hanno un più elevato valore di mercato, porterebbe la domanda di mangimi al 34%-46% del totale.
“In pratica quasi la metà delle catture di pesci selvatici nel mondo, potrebbe essere usato per produrre altro pesce,” ha commentato Ganesh.
In un’intervista con il Corriere, Manuel Barange, Vicedirettore generale della FAO, ha replicato al report, disconoscendo l’obiettivo di crescita del +75%. “Non è un obiettivo della FAO,” ha detto. “Viene da un report dove la FAO ha realizzato un’analisi tra tutti i sistemi alimentari, per sviluppare percorsi per raggiungere l’obiettivo fame zero e provare a tenere il riscaldamento globale sotto il limite di 1,5 gradi fissato dagli accordi di Parigi,” ha detto.
Secondo Barange, il vero obiettivo di crescita della FAO per il settore acquacoltura è di +35% entro il 2040, e l’agenzia non ha realizzato delle stime per definire quanto questa crescita farà aumentare la domanda di pesce selvatico per la produzione di mangimi a livello globale. “La mia previsione è che la quantità di risorse ittiche utilizzate non aumenterà in questo periodo,” ha detto Barange, facendo riferimento ai progressi tecnologici compiuti dall’industria per ridurre la percentuale di pesce utilizzato nelle miscele dei mangimi.
Scontro sull’acquacoltura
Il rapporto di Changing Markets è stato pubblicato a settembre, alla vigilia di un summit nella sede della FAO sulle politiche per lo sviluppo dei settori della pesca e dell’acquacoltura (COFI37). In questo ambito, il documento ha acuito uno scontro già in corso tra il settore della piccola pesca e la FAO, proprio rispetto al sostegno dell’agenzia nei confronti dell’acquacoltura.
Pochi giorni prima del meeting, il direttore della FAO Qu Dongyu ha acceso la scintilla, esprimendo il suo sostegno agli allevamenti ittici: “I pesci in natura crescono lentamente, alcuni giorni hanno un pasto abbondante, magari nei due mesi successivi non mangiano nulla,” ha detto a una platea di rappresentanti della piccola pesca artigianale, contrapponendo la maggiori certezze produttive di un sistema basato su allevamenti e tecnologia.
Queste parole hanno destato la reazione delle organizzazioni internazionali che rappresentano la pesca artigianale, che in un comunicato hanno definito l’acquacoltura industriale un sistema “distruttivo,” che ha impatti su diversi ecosistemi, e – attraverso la produzione di mangimi – sottrarre risorse alimentari a comunità che si basano sulla piccola pesca di sussistenza.
“Quando siamo venuti qui abbiamo visto molto chiaramente che non c’è futuro per la piccola pesca artigianale, ci sarà solo acquacoltura,” ci ha detto in un’intervista Herman Kumara, portavoce del World Forum of Fish Harvesters and Fish Workers nello Sri Lanka. “Come pescatori e rappresentanti delle comunità di pescatori siamo molto contrari, perché sappiamo che i nostri governi stanno spingendo per l’acquacoltura perché ci sono di mezzo le multinazionali, ci sono più soldi, c’è più profitto.”








