La pesca del krill responsabile del fallimento delle trattative per la creazione di nuove aree marine protette in Antartide

L’incremento della produzione mondiale di acquacoltura è il principale responsabile del conflitto politico che da otto anni impedisce la creazione di nuove aree marine protette nell’oceano Australe, secondo quanto è emerso nell’ultimo meeting della Commissione per la protezione delle risorse marine viventi in Antartide (CCAMLR), che si è tenuto a Hobart, in Australia, dal 12 al 25 ottobre.

La Commissione è un organismo internazionale di cooperazione, nato nel 1982, proprio per difendere l’oceano che circonda l’Antartide dalla pesca deregolamentata del krill, un piccolo gamberetto alla base della dieta di quasi tutte le specie animali selvatiche che ne popolano gli ecosistemi, dalle balene, ai pinguini, agli uccelli marini. Negli ultimi anni l’interesse economico per il krill, utilizzato prevalentemente per la produzione di mangimi per allevamenti ittici di salmone e altre specie, e in misura minore per integratori di omega3 a uso umano, è aumentato esponenzialmente, bloccando ogni nuova iniziativa di creazione di aree protette.

“Non solo la CCAMLR, l’organismo incaricato della conservazione delle risorse marine viventi in Antartide, non è riuscita a rispettare il suo impegno di creare un sistema rappresentativo di aree marine protette (AMP) nell’oceano Antartico, ma ha anche fatto un passo indietro sostanziale nella gestione della pesca del krill,” ha commentato al termine del meeting in Australia la Coalizione per l’Antartide e l’oceano Meridionale (Asoc), un gruppo di ONG che ha partecipato al meeting come osservatore.

Aree marine protette contro il riscaldamento globale – Sin dal 2009 i 27 membri della CCAMLR (26 Paesi più l’Unione Europea) si sono impegnati a creare una rete di aree marine protette nell’oceano Antartico, riuscendo in pochi anni a istituire una prima area marina protetta nelle Isole Orcadi Meridionali e un’altra nel Mare di Ross. Ma dopo l’approvazione di quest’ultima, nel 2016, altre quattro proposte di aree marine protette nel Mare di Weddell, nell’Antartide Orientale e nella Penisola Antartica sono state bocciate ogni anno per otto anni di fila, a causa del veto sistematico delle delegazioni di Russia e Cina.

Se approvate, queste proposte -insieme alle aree già esistenti- permetterebbero la protezione del 26% dell’oceano Antartico, e di quasi il 3% degli oceani del pianeta: un passo fondamentale per raggiungere l’ambizioso obiettivo delle Nazioni Unite di proteggere il 30% degli oceani entro il 2030, di cui si è parlato nei giorni scorsi a Cali, in Colombia, durante la Conferenza delle Parti Onu sulla biodiversità.

Questo obiettivo è reso ancora più urgente dalla crisi che sta vivendo l’Antartide a causa del riscaldamento globale. Secondo Matt Spencer, che ha curato per Asoc il report “Protecting a Changing Southern Ocean,” nelle regioni polari l’aumento della temperatura è “tra due e quattro volte il riscaldamento del resto del Pianeta”.

“Il 2022 e il 2023 sono stati anni poveri per il ghiaccio marino nell’Oceano Antartico, sono stati osservati eventi meteorologici estremi come la più grande anomalia di temperatura mai registrata sulla Terra a 38,5 °C,” ha detto Spencer. “Inoltre, mentre il cambiamento climatico continua a influenzare l’oceano Australe, le ondate di calore marine e un oceano sempre più acidificato sono sintomatici di questi cambiamenti.”

Gli interessi della pesca prevalgono – In considerazione di questa urgenza, il meeting di Hobart si era aperto con un cauto ottimismo da parte della società civile. “Di recente sono stati fatti alcuni progressi,” aveva scritto l’Asoc in un comunicato all’apertura dei lavori, in cui si diceva fiduciosa sul raggiungimento di un accordo. La coalizione di Ong faceva riferimento in particolare a un incontro che si è tenuto lo scorso luglio a Incheon, in Corea del Sud, per parlare a viso aperto e sciogliere i principali nodi che da anni impediscono ogni progresso per la protezione dell’oceano Meridionale. Il meeting in Corea ha riunito scienziati, decisori politici, industria e ambientalisti per trovare un accordo: una più elastica regolamentazione per favorire la pesca del krill in cambio della fine dei veti per la creazione in particolare dell’area marina protetta della Penisola Antartica, un hotspot di biodiversità che, secondo Asoc, “sta subendo impatti sproporzionati da cambiamenti climatici, turismo e pesca.”

Controparte principale dell’incontro, organizzato dalle delegazioni di Stati Uniti e Corea del Sud, era l’industria della pesca del krill, e in particolare la delegazione cinese, che è di gran lunga il principale produttore mondiale di acquacoltura, e il secondo Paese per quantità di krill pescato in Antartide dopo la Norvegia (altra “potenza” dell’industria dell’acquacoltura).

“La delegazione cinese era presente all’incontro in Corea e tutto suggeriva che fosse favorevole ad andare avanti, approvando i nuovi limiti di cattura stabiliti […] e probabilmente accettando di istituire l’area marina protetta,” ha commentato Rodolfo Werner, policy advisor per l’organizzazione Pew Bertarelli Ocean Legacy, che ha partecipato sia al meeting in Corea che, nei giorni scorsi, al meeting CCAMLR in Australia.

Proprio in quest’ultimo evento, però, le cose sono andate diversamente: “Alcuni membri della CCAMLR, una volta iniziato l’incontro a Hobart, sembravano aver cambiato idea sull’accordo raggiunto in Corea e hanno proposto limiti di cattura del krill ancora più bassi, che sono diventati il ​​fulcro delle discussioni su questo tema,” ha detto Werner. “L’insistenza di questi membri nell’imporre limiti di cattura più bassi ha portato la delegazione cinese a ritirarsi dal potenziale accordo.”

La crescita dell’acquacoltura – Oltre a non aver permesso la creazione di nuove aree marine protette, le delegazioni di Cina e Russia hanno bloccato anche un accordo per rinnovare un regolamento che limitava la pesca del krill in alcune aree particolarmente sfruttate, al tempo stesso molto rilevanti per le specie selvatiche, come la Penisola Antartica. Il decadere di questa normativa farà presumibilmente aumentare la pesca complessiva del krill nel prossimo anno, sebbene resti in vigore la quota massima definita in 620 mila tonnellate l’anno.

La delegazione cinese non ha risposto a ripetute richieste di commento.

Secondo uno studio dell’università di Nanchino del 2021, le ragioni ufficiali per i ripetuti veti della Cina alle aree marine protette in sede CCAMLR sono la richiesta di maggiori dati e di ulteriori valutazioni sulla loro effettiva utilità, o sui metodi di implementazione.

A gennaio del 2022 il Ministero per l’Agricoltura cinese ha pubblicato un piano triennale per lo sviluppo del settore ittico, con l’intenzione di incrementare la produzione totale di pesce da 65 milioni di tonnellate nel 2020 a 69 milioni di tonnellate nel 2025. Il piano sottolinea l’importanza dei prodotti ittici per la sicurezza alimentare, e che l’acquacoltura continuerà ad avere maggiore importanza, a fronte di un settore della pesca in contrazione.

Nel  2015 Liu Shenli, allora presidente del China National Agricultural Development Group, ha dichiarato al quotidiano China Daily che la Cina – all’epoca appena entrata nell’industria della pesca del krill – avrebbe dovuto puntare alla crescita di questa industria, fino a pescare “da uno a due milioni di tonnellate di krill all’anno.”

 

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