La strategia di Pechino per la conquista di territori di pesca in acque internazionali, i conflitti per le risorse e lo stallo nei tavoli internazionali per la tutela degli oceani
di Francesco De Augustinis
Viste dallo spazio possono sembrare metropoli galleggianti: migliaia e migliaia di luci che brillano nell’oceano. Ma da vicino il loro aspetto è molto meno romantico: enormi agglomerati di navi, che compongono la più grande flotta al mondo di pesca in acque internazionali – quella della Repubblica Popolare Cinese: un’industria in espansione, accusata da più parti di sottrarre risorse, distruggere ecosistemi, violare diritti umani in diverse regioni del Pianeta.
“La flotta di pesca in acque internazionali (Distan Water Fisheries) della Cina è composta da circa 17 mila imbarcazioni,” ci ha detto Miren Gutierrez, ricercatrice di ODI Global, un istituto di ricerca con sede a Londra che studia da anni questo fenomeno.
Il dato della dimensione della flotta (16,966 navi) è stato calcolato dall’istituto nel 2020 attraverso un’analisi empirica delle flotte, e si discosta molto dal dato ufficiale del governo di Pechino, che parla di 2,551 navi “approvate” per la pesca in acque extraterritoriali, tra cui “l’oceano Pacifico, quello Indiano e quello Atlantico, i mari che circondano l’Antartide, e le acque sotto giurisdizione di Paesi che collaborano.”
Secondo Gutierrez, delle 17 mila navi della flotta cinese, almeno 900 battono un’altra bandiera, di Paesi Africani o Sudamericani, o di Paesi “di comodo” come Panama, Cambogia, Belize, Vanuatu, St Vincent, Honduras o Liberia, che garantiscono meno controlli al loro operato e spesso ospitano paradisi fiscali. “Tuttavia, la scarsa supervisione delle navi battenti bandiera cinese significa che lo stesso registro cinese è, in pratica, una bandiera di comodo”, ha detto Gutierrez.
Secondo l’analisi di ODI Global, le principali aree di azione delle flotte cinesi sono il Pacifico Nordoccidentale, nei pressi delle acque territoriali giapponesi e coreane, e l’Atlantico Sudorientale, di fronte alle acque di Argentina, Perù e Equador, dove si concentra il maggiore sforzo di pesca, destinato in particolare alla cattura dei calamari.
“Non si sa molto a riguardo, ma in realtà ha enormi implicazioni per la sicurezza della biodiversità marina nella regione e per la popolazione di calamari presa di mira,” ha detto Steve Trent, CEO della Environmental Justice Foundation (EJF). L’ong, anch’essa con sede a Londa, a settembre ha pubblicato un report documentando l’aumento della flotta cinese che pesca calamari appena oltre le 200 miglia nautiche dalle coste argentine – limite delle acque di competenza esclusiva.
Secondo l’ong, la pressione della pesca in questa porzione di mare è aumentata del 65% tra il 2019 e il 2024, per l’aumento delle attività delle imbarcazioni cinesi, quasi raddoppiate, dando vita alla “più grande pesca non regolamentata di calamari al mondo,” con un elevato rischio di sovrappesca, pesca illegale, abusi e violazioni di diritti umani.
Senza regole
“Il vice caposquadra mi ha picchiato. Era arrabbiato con me perché non avevo una giacca adatta per lavorare nella stiva… Era ubriaco,” ha detto un membro di uno degli equipaggi agli investigatori di EJF. L’ong ha raccolto e pubblicato decine di interviste di questo stesso tenore, realizzate negli ultimi anni con marinai, in genere provenienti da Indonesia o Filippine, che operano a bordo della flotta “in una posizione di estrema vulnerabilità.”
“Ci sono livelli davvero massicci di violazioni dei diritti umani,” ci ha detto Trent. “Abbiamo documentato violenze, salari trattenuti, percosse, cibo e acqua insufficienti. Abbiamo anche appreso della morte di cinque membri degli equipaggi di quattro navi cinesi.”
L’impatto sugli ecosistemi marini è altrettanto problematico. La pressione di pesca della flotta internazionale sui calamari è quattro volte maggiore rispetto a quella del Paese sudamericano, minando l’efficacia di qualsiasi misura di controllo delle catture da parte delle autorità argentine. Questa sovrappesca, secondo Trent, potrà avere in pochi anni effetti devastanti su un gran numero di specie che dipendono dai calamari, tra cui balene, leoni marini, delfini, squali. “Se si prende di mira il calamaro, e lo si fa a un livello tale da renderlo insostenibile, l’effetto a cascata sull’ecosistema è molto più grande,” ha detto Trent.
Gli investigatori della ong hanno anche documentato una lunga serie di pratiche illegali a bordo di alcune di queste navi a danno di altri animali selvatici, tra cui l’uccisione sistematica di leoni marini, o la cattura di squali per il taglio delle pinne.
La sottrazione delle risorse
Ma dove finisce tutto il pesce catturato da queste flotte? Secondo Trent, nel caso del calamaro atlantico “una grande quantità torna in Cina, ma abbiamo anche identificato almeno 83 importatori e acquirenti con sede negli Stati Uniti, 59 in Canada e 24 nell’Unione Europea”, pertanto parte del pesce pescato in queste condizioni è “senza dubbio” mangiato anche da consumatori europei.
La Cina non è l’unico Paese ad avere flotte in acque internazionali. La differenza sta nelle dimensioni. Secondo i dati di EJN, in Argentina la flotta cinese rappresenta il 75% delle navi, Taiwan circa il 18%, la Corea del Sud meno del 7%, mentre altri Paesi come la Spagna o le Falklands operano con poche unità. A livello globale, secondo i dati ufficiali della Commissione Europea, nel 2022 c’erano 244 pescherecci europei di grandi dimensioni che pescavano in acque non UE. A questi ne vanno aggiunti almeno altrettanti, con proprietà riconducibili a Stati Membri ma che pescano sotto bandiere di altri Paesi.
L’impatto sociale e ambientale di questa sottrazione di risorse da parte della flotta cinese è ancora più evidente dall’altra parte dell’Oceano Atlantico. “C’è una massiccia presenza nelle zone economiche esclusive di Paesi in Africa Occidentale, in particolare Ghana, Mauritania, Costa d’Avorio, Senegal e Marocco,” afferma Gutierrez. Secondo la ricercatrice, in questa regione è particolarmente visibile il fenomeno delle imbarcazioni con bandiera locale, che hanno una proprietà riconducibile ad aziende cinesi, ma che pescano dentro le acque territoriali dei vari Paesi. “In Ghana, ad esempio, circa il 90% delle navi industriali sono di fatto di proprietà cinese,” ha detto.
Un approccio ambiguo
Il governo cinese ha un atteggiamento ambiguo di fronte all’operato della propria flotta. Nel 2023 le autorità di Pechino hanno pubblicato un White Paper per regolamentare questa pesca, impegnandosi a svolgere “inchieste su larga scala a fronte di qualsiasi denuncia fatta da altri Paesi o da organizzazioni internazionali su attività sospette ad opera di navi cinesi che pescano in acque internazionali.”
Nella pratica il governo cinese sembra molto meno intransigente. Lo stesso White Paper si basa su una forte sottostima delle navi che compongono la flotta (si parla di circa 2500 navi, rispetto alle oltre 17 mila rilevate dall’analisi di ODI Global). Inoltre le autorità cinesi continuano a offrire sussidi per la costruzione delle navi e per i carburanti. Secondo ODI Global, nel 2019 il valore di questo tipo di sussidi si aggirava intorno ai 16.5 miliardi di dollari l’anno, in parte destinati alle flotte che operano in acque internazionali. Nel 2024 un’alta corte cinese ha riconosciuto la bontà di questi sussidi, nel caso specifico erogati a un’azienda accusata di aver commesso diverse violazioni, sostenendo che la pesca in acque internazionali è “una priorità nazionale strategica.”
Secondo Gutierrez, per rispondere a problemi di sovrappesca e di crisi ambientali nelle proprie acque territoriali “la Cina ha portato a termine un’importante riforma della pesca nazionale, ma mantiene un regime molto più debole e permissivo per le navi che operano in acque internazionali.”
I trattati internazionali
Molti osservatori sperano che maggiori tutele per le acque internazionali possano arrivare con l’entrata in vigore dell’Accordo BBNJ, il trattato per la tutela delle biodiversità nelle acque oltre le giurisdizioni nazionali. Dopo la ratifica di 60 Paesi, raggiunta a settembre 2025 (oggi siamo a 81, tra cui manca ancora all’appello l’Italia), il trattato entra formalmente in vigore il 17 gennaio di quest’anno. Nelle intenzioni, una volta operativo – presumibilmente nell’arco di alcuni anni – dovrebbe portare all’istituzione di aree marine protette in acque internazionali, in alcuni casi dove adesso si concentra la pesca delle flotte cinesi, ad esempio nei pressi delle acque territoriali delle Galápagos, del Perù, dell’Argentina, o in Africa Occidentale.
La Cina ha ratificato l’accordo nel 2025, ma resta da vedere in che modo sarà disposta a mettere sul tavolo i propri interessi di pesca. Secondo Gutierrez, guardando a quanto successo in altri tavoli regionali, “lo scenario più plausibile è che la Cina cercherà di definire accordi in modo che non limitino eccessivamente i suoi interessi di pesca in acque internazionali, pur dichiarando il suo sostegno in linea di principio agli obiettivi di sostenibilità e di blue economy.”
Trent auspica una forte presa di posizione da parte dell’Unione Europea, per garantire trasparenza ai consumatori, e per promuovere un approccio di cooperazione internazionale su questi temi. “In un mondo in cui la Casa Bianca sembra ritirarsi da tutti gli accordi e altre potenze, come la Cina, cercano di fare i propri interessi, abbiamo bisogno che il resto del mondo, e in particolare l’Unione Europea, sostenga il multilateralismo,” ha detto.








