Il sistema al collasso della Pianura Padana, con animali alle prese con temperature insostenibili, nitrati nei terreni, fiumi in secca e un prelievo idrico dalle falde fuori controllo. La situazione e il ruolo degli allevamenti nella crisi climatica in Italia.

​di Francesco De Augustinis

Il paesaggio che vediamo scorrere attraverso il finestrino è ripetitivo: un capannone dietro l’altro, allevamenti intensivi di suini, stalle di bovini, allevamenti avicoli. Tra un allevamento e l’altro, i campi sono coltivati quasi tutti a mais, destinato alla produzione di mangimi per impianti che contengono migliaia di capi – anche milioni nel caso degli avicoli. Decine di getti d’acqua ad alta pressione irrigano il mais, mentre altri campi sono solcati da autobotti che spandono i liquami prodotti dagli allevamenti. L’effetto lo sentiamo aprendo il finestrino: insieme al caldo estremo di questi giorni, in auto entra un forte odore di letame.

“In provincia di Cremona, Mantova e Brescia c’è la concentrazione della maggior parte degli allevamenti, suini, bovini e avicoli” ci racconta Maria Grazia Bonfante, ex sindaca di Vescovato, in provincia di Cremona. In questo comune abitano 4 mila abitanti e c’è una concentrazione di 70 mila suini. Oggi Bonfante è coordinatrice di un gruppo ambientalista, Terre Nostre, con cui denuncia l’inquinamento legato agli allevamenti intensivi: “Qui c’è la concentrazione del 75 per cento della produzione di reflui zootecnici nazionale,” afferma.

Ci troviamo in quest’area per raccontare le ragioni e gli effetti della concentrazione di azoto in questo distretto della Pianura Padana, dove si trova la maggior parte delle produzioni zootecniche italiane. Nelle tre province di Brescia, Mantova e Cremona sono allevati per ogni ciclo produttivo circa 3,2 milioni di suini e oltre 1 milione di bovini.  Proprio a causa di questa concentrazione, l’Italia è in procedura di infrazione europea dal 2023 per l’eccesso di nitrati e il rischio di inquinamento delle acque, e sia la Lombardia che il Veneto hanno adottato programmi d’azione per il periodo 2024-2027.

“La regione Lombardia ogni anno pubblica un rapporto dove c’è l’elenco dei comuni vulnerabili o parzialmente vulnerabili” ai nitrati, afferma Bonfante. “Purtroppo, nonostante tutta la tecnologia che ci raccontano migliorare l’impatto di questo tipo di agricoltura e di allevamenti, in realtà il numero dei comuni vulnerabili aumenta. Un quarto dei comuni della regione Lombardia sono totalmente vulnerabili, metà sono parzialmente vulnerabili,” afferma.

In un’azienda agricola in provincia di Mantova incontriamo un gruppo di lavoro dell’organizzazione ambientalista Greenpeace, che sta effettuando campionamenti delle acque destinate al consumo umano, per verificare la possibile contaminazione da azoto delle falde. 

“Gli allevamenti intensivi producono una grande quantità di sostanze a base di azoto, che vengono disperse sui terreni,” afferma Simona Savini, responsabile della campagna agricoltura per l’associazione. “Dopo aver fertilizzato, l’azoto in eccesso viene dilavato e si trasforma in nitrati,” afferma l’ambientalista. Secondo Savini, “i nitrati sono altamente solubili, finiscono nelle acque superficiali così come nelle acque sotterranee, e possono creare un problema di inquinamento anche per le acque potabili che pescano in quelle falde.”

L’associazione sta facendo questo monitoraggio in diversi Paesi in Europa, dopo che in Danimarca uno studio commissionato dal governo nel 2024 ha messo in relazione l’eccesso di nitrati nelle acque per il consumo umano con un aumento delle incidenze tumorali, raccomandando di abbassare la soglia di tolleranza prevista dalle normative per le acque potabili dagli attuali 50 milligrammi al litro ai 4 milligrammi al litro

Perché si fanno gli spandimenti

Per capire le ragioni degli spandimenti dei reflui zootecnici, visitiamo un allevamento di suini nel modenese, con una capacità di circa 11mila capi. L’allevamento da diversi anni ha investito in un impianto di gestione dei reflui, che separa la frazione secca dai liquami, che poi vengono trattati in alcune vasche aperte tramite un processo di “elettrolisi” che disperde parte dell’azoto nell’aria, mentre quel che resta viene sparso nei campi che circondano i capannoni tramite impianti di irrigazione o autobotti.

Gaetano Luppi, il proprietario dell’azienda, ci mostra le vasche che riducono la presenza di azoto nei liquami, liberandolo in atmosfera: “Viene disperso come nitrito,” afferma Luppi. Secondo l’allevatore, questo processo non produce inquinamento nell’aria: “Nell’atmosfera il problema più grosso è l’ammoniaca prodotta dai liquami tal quale, ma parliamo di cose minime,” afferma Luppi.

La visita all’azienda ci permette di verificare quanto sia connessa la produzione di liquami con la coltivazione di mais, utilizzato a sua volta per la produzione di mangimi. “Il mais, per produrre 150 quintali di granella secca, ha bisogno di una quantità di macroelementi, azoto fosforo e potassio alta, parliamo di 350 o 400 unità di azoto per ettaro,” ci racconta Luppi. L’imprenditore spande i liquami su circa 200 ettari di campi circostanti, su cui gestisce le coltivazioni: “Cerco di dargli il fabbisogno per cercare di produrre il più possibile, e lo posso fare,” afferma Luppi. “L’importante è che non superi le 170 unità di azoto in questa zona qua che è vulnerabile. Poi ho delle zone non vulnerabili dove posso dare 340 unità di azoto.”

La frazione secca di questo allevamento viene in parte portata in alcuni impianti di biogas e biometano dei dintorni. Anche questi impianti, proliferati tra queste province nell’ultimo decennio per l’abbondanza di reflui zootecnici e di colture, hanno un ruolo nel conferimento di azoto e altri “nutrienti” nel terreno: il processo di produzione di gas non elimina queste sostanze, che quindi sono presenti nel “digestato” di risulta, che poi viene anch’esso sparso nei campi come fertilizzante.

“Qui arrivano bilici un po’ da diverse parti, scaricano tutti i giorni il liquame per alimentare l’impianto,” racconta Amilcare Boni, agricoltore della zona di Gussola, in provincia di Cremona. Incontriamo Boni presso la sua azienda agricola, dove produce principalmente mais destinato alla mangimistica, che è esattamente a fianco a un impianto che produce biometano. “Poi hanno dei contratti con tanti allevamenti di polli,” afferma Boni. “Ne abbiamo uno a un chilometro da oltre un milione di galline che porta qui una buona parte” della pollina prodotta.

Il riscaldamento climatico

Mentre lavoriamo a questo reportage sull’inquinamento delle terre legate all’azoto, sono gli ultimi giorni di giugno e in queste province le temperature stanno battendo record su record. Il problema del caldo inevitabilmente si intreccia con l’oggetto della nostra indagine, e ne vediamo sotto i nostri occhi le conseguenze.

“La temperatura che c’è fuori, c’è anche dentro,” ci racconta Luppi, rispetto alla gestione del caldo dentro gli allevamenti di suini. “Dentro è un po’ più elevato, perché c’è il calore degli animali,” afferma l’allevatore, ipotizzando temperature che possono toccare i 39 gradi. Luppi ha installato in alcuni dei suoi capannoni degli impianti di raffreddamento, che durante la nostra visita permettono di raggiungere una temperatura interna di 35,8 gradi. Secondo l’allevatore, questo investimento è stato necessario per mantenere la produttività, mentre chi ne è sprovvisto si trova di fronte ad animali in sofferenza termica, che non mangiano, riducono il consumo di mangimi e quindi la crescita, e in molti casi muoiono. “Succede che non mangiano, e poi quelli che da giovani hanno avuto problemi polmonari muoiono di enfisema polmonare,” afferma Luppi. “Il cuore non tiene e lo trovi al mattino morto.” Secondo l’allevatore, i tassi di mortalità negli allevamenti non provvisti di impianti di raffreddamento in questo periodo possono raddoppiare dall’1,5% al 3%.

Intanto il caldo torrido non colpisce solo gli animali dentro i capannoni, ma influisce anche nella gestione dell’acqua, dell’irrigazione, dei reflui. “Il canale principale è vuoto, vuol dire che non riescono a tirare su il Po, che è troppo basso,” ci racconta Boni. Secondo l’agricoltore, il caldo eccezionale richiederebbe una maggiore frequenza delle irrigazioni del mais, coltura particolarmente idrovora, ma già a fine giugno la situazione idrica nella zona di Cremona è critica e c’è rischio di non poter fare le irrigazioni. “Specialmente quando c’è caldo così va in stress, anche poco ma devi tenerlo bagnato in continuazione,” afferma.

Passiamo sopra un cavalcavia che attraversa il fiume Po. Il corso d’acqua più grande d’Italia è ridotto a un piccolo fiume, costeggiato da una larga distesa di sabbia. “Stiamo raggiungendo portate che erano state misurate nel 2022, quando l’evento di siccità fu classificato dai ricercatori come evento estremo, con un tempo di ritorno di 600 anni,” ci dice Rossano Bolpagni, ricercatore esperto di sistemi idrici presso l’Università di Parma. “Il fatto che l’evento estremo si ripresenti dopo quattro anni è una chiamata importante di sistema, che dovrebbe imporre imporre a tutti di rivedere sostanzialmente il nostro rapporto con la risorsa idrica.”

Secondo Bolpagni, la situazione di estrema siccità inevitabilmente interagisce anche con la capacità del terreno e dei sistemi idrici di gestire i carichi di azoto, che vanno più in profondità avvicinandosi alle falde, o possono accumularsi per poi essere rilasciati in dosi più concentrate quando alla siccità subentrano le forti piogge.  “Siamo tutti scottati da questa lunghissima ondata di calore,” afferma Bolpagni. “Qualche anno fa i modelli meteorologici ci davano la probabilità di avere ondate di calore di questo tipo, con una durata più o meno di nove giorni, al 2050. Quindi noi 25 anni prima rispetto ai modelli abbiamo una situazione che è già molto più critica.”

“Adesso stiamo assistendo alla proliferazione di pozzi, sempre più numerosi, che pompano acqua dal sottosuolo e la utilizzano per l’irrigazione superficiale,” ci racconta Bolpagni, interrogandosi anche sugli effetti a medio e lungo termine di questo prelievo su un sistema idrico già sotto stress.

Il ruolo degli allevamenti intensivi

L’altro aspetto totalmente assente dal dibattito è il ruolo che questo sistema produttivo, basato su allevamenti intensivi e monocolture per la produzione di mangimi, ha come motore della stessa crisi climatica, che in queste terre produce a fasi alterne ondate di calore e alluvioni. Questo ruolo, a livello internazionale, è stato messo a fuoco per la prima volta da un celebre rapporto della FAO, il “Livestock’s long shadow”. Pubblicato nel 2006, lo studio rivelava come il settore zootecnico fosse responsabile da solo di almeno il 18% delle emissioni globali. L’impatto è legato a diversi fattori: le emissioni dirette (il metano prodotto dai bovini, i reflui, i nitrati e l’ammoniaca degli allevamenti) e quelle indirette, in particolare per la deforestazione e l’uso di chimica associati alla produzione di mangimi.

Studi successivi hanno calcolato cifre persino più alte, attribuendo al sistema alimentare almeno un terzo delle emissioni globali, in gran parte legate al comparto zootecnico. Eppure questo aspetto continua a latitare da ogni discussione sul cambiamento climatico.

“Il numero dei mammiferi e degli avicoli allevati ogni anno è aumentato di 33 miliardi di capi dal 2006 ad oggi,” afferma Peter Stevenson, dirigente della Ong Compassion in World Farming. L’organizzazione fa parte della coalizione “Stop Financing Factory Farming” (basta finanziamenti agli allevamenti intensivi), che raccoglie diverse associazioni, e che nei giorni scorsi ha pubblicato il report “Livestock Lengthening Shadow”, in cui ha analizzato come sono cambiate le cose 20 anni dopo la pubblicazione del rapporto della FAO. Il rapporto dipinge una situazione peggiorata, a causa di un forte aumento del numero di capi allevati. Ad oggi si stima che nel mondo siano allevati 84 miliardi di avicoli, 1,5 miliardi di suini, 1 miliardo di bovini, e tra i 100 e i 170 miliardi pesci.

“Ci sono avvisi da tanti scienziati che dicono che non possiamo raggiungere gli obiettivi sul clima di Parigi senza una drastica riduzione nella produzione mondiale di carne e derivati,” ha detto Stevenson. “Nonostante questo, la produzione di questi alimenti ha continuato  a crescere, con il risultato che le emissioni di gas serra legate al settore zootecnico sono aumentate del 22%.”

Secondo le stime del rapporto, non sono solo le emissioni ad essere aumentate. Dalla pubblicazione del rapporto FAO nel 2006 ad oggi, si legge, l’ammontare di terra usato globalmente per produrre mangimi è aumentato da 4.7 milioni di km quadrati a 6 milioni di km2 (+27%), creando deforestazione e impoverimento dei terreni, mentre l’utilizzo di acqua è passato da 112 a 257 chilometri cubi di acqua annui, segnando un aumento del 129% – che ad oggi significa che il 90% delle risorse idriche è usato per il settore zootecnico.

“Se combiniamo la terra usata per i pascoli e quella per coltivare i mangimi, le produzioni animali utilizzano l’80 per cento della terra arabile nel mondo, per produrre solo il 18% delle calorie e il 37% delle proteine,” afferma Stevenson.

Lobby e sussidi

Gli autori dello studio citano un rapporto dell’Agenzia Onu per la protezione ambientale (Unep), secondo cui i Paesi ad alto reddito dovrebbero ridurre la produzione e il consumo di proteine animali di circa il 68% entro il 2050 rispetto ai livelli del 2020. Per raggiungere questo obiettivo, le leve da muovere sono di tipo politico: ridurre i sussidi agli allevamenti intensivi, e far pagare i costi sociali e ambientali di queste produzioni alle aziende, attraverso forme di tassazione che sono state sperimentate in alcuni Paesi come la Danimarca.

“Ad oggi, il prezzo di tanti prodotti di origine animale non riflette il loro impatto sociale e ambientale,” afferma Merel van der Mark, direttrice policy per l’Ong Sinergia Animal, che ha cofirmato il rapporto. “Costi come l’emissione di gas serra, l’inquinamento delle acque, la perdita di biodiversità e l’impatto sanitario sono spesso sostenuti dalla società invece di essere inclusi nel prezzo che pagano i consumatori,” ha detto van der Mark.

Proprio il tema dei sussidi e dei costi ambientali è il motivo per cui le lobby di settore negli ultimi anni hanno lavorato per far sparire il dibattito sugli allevamenti intensivi dai meeting internazionali sulla crisi climatica. “Ad oggi sono state fatte oltre 30 COP delle Nazioni Unite sul clima,” ci racconta Nusa Urbancic, direttrice della Ong Changing Markets Foundation, che da anni studia proprio l’attività delle lobby nell’influenzare le politiche di contrasto ai cambiamenti climatici. “L’agricoltura non appare praticamente in nessun documento ufficiale, in nessun testo,” afferma.

Secondo Urbancic, l’ultima conferenza sul clima a Belém, in Brasile, è stato un chiaro esempio di questo paradosso: l’industria zootecnica ha partecipato massivamente all’evento, che si svolgeva nel cuore della foresta Amazzonica, che continua ad essere deforestata prevalentemente per far spazio a pascoli di bovini e a monocolture di soia, destinata alla produzione di mangimi.

“Abbiamo documentato come nelle ultime due o tre conferenze sul clima c’è stato un crescente numero di lobbisti, che a volte erano parte delle delegazioni nazionali,” ha detto Urbancic.

Questa stessa influenza è percepibile anche in Italia, con le principali associazioni di categoria che negli ultimi anni sono state in prima linea nel mantenere lo status quo della Pac, che ad oggi continua ad elargire sussidi agli allevamenti intensivi e alle colture ad essi dedicate, e a contrastare misure del Green Deal europeo, come la strategia Farm to Fork o la strategia per la Biodiversità. Salvo, in questi giorni di crisi, tornare a chiedere misure di sostegno per le aziende, costrette a fare i conti con la crisi climatica che fino a ieri hanno negato.

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