In alcune aree si punta all’azzeramento dell’intera popolazione di cinghiali. L’esperto: rischiamo di peggiorare il problema.

L’Italia dichiara guerra ai cinghiali per cercare di arginare l’avanzata della Peste suina africana (Psa), nonostante nell’ultimo anno un’analoga strategia potrebbe aver paradossalmente favorito il diffondersi del virus, che nei giorni scorsi ha colpito quattro allevamenti intensivi di suini in Lombardia, in provincia di Pavia, attivando uno stato di emergenza tra l’industria suinicola, le regioni e il governo.

La decisione di dichiarare guerra al cinghiale è emersa nei giorni scorsi a valle di una serie di incontri tra il governo, le regioni colpite dall’epidemia, le associazioni dell’industria zootecnica, sulla base di una bozza di piano redatto dal Commissario Straordinario per l’emergenza Peste suina africana Vincenzo Caputo. Il documento parla di “una riduzione significativa e generalizzata delle densità di cinghiale sul territorio nazionale” e punta ad abbattere solo nel primo anno 612 mila animali, su una popolazione complessiva stimata intorno tra 1 e 1,5 milioni di cinghiali in tutta Italia, aumentando la caccia del 96% rispetto al periodo 2019-2021.

“Quanto ai cinghiali, oggi un ulteriore intervento ci permetterà, grazie al ministro della Difesa Guido Crosetto, che ha messo a disposizione le Forze armate, di avere l’aiuto dei militari per fronteggiare la Peste Suina Africana e scongiurare problemi di carattere sanitario”, ha dichiarato nei giorni scorsi Francesco Lollobrigida, ministro dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste.

Una dichiarazione di inizio ostilità che solleva però alcune perplessità tra gli scienziati.

“Guardando l’esperienza di altri Paesi dell’Unione Europea, chi ha cercato di controllare la peste con i soli abbattimenti ha diffuso ulteriormente il virus”, afferma a Huffington Post Vittorio Guberti, esperto di Peste suina africana per l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra). Guberti parla di una strategia che rischia di essere controproducente: “Vedremo se l’Italia sarà il primo Paese che riesce a eradicare il virus tramite l’abbattimento dei cinghiali”.

L’esperienza dell’ultimo anno farebbe pensare di no.

La Peste suina africana ha fatto la sua comparsa in Italia, probabilmente trasportato involontariamente dall’uomo, a inizio gennaio 2022, quando una lunga serie di carcasse di cinghiale sono state rinvenute tra le provincie di Genova e Alessandria, tra Liguria e Piemonte.

“La malattia ha effetti devastanti, una mortalità di circa il 90 per cento degli animali colpiti”, ci ha raccontato nel pieno di quella prima emergenza Francesco Feliziani, esperto dell’Istituto zooprofilattico dell’Umbria e delle Marche, che è il centro di referenza nazionale per le pesti suine, già nei mesi in cui è partita la pandemia. “Gli animali muoiono dopo circa 7-10 giorni dall’infezione, con febbre sopra i 42 gradi e emorragie di vario tipo”.

La Peste suina africana non rappresenta una minaccia per la salute dell’uomo, neanche tramite il consumo di carne. Lo stato di emergenza però è legato a fattori economici: il rischio che il virus raggiunga le zone ad alta densità di produzione suinicola, in particolare la Pianura Padana, dove si concentra circa l’85 percento della produzione nazionale di suini (8,7 milioni, secondo dati Istat).

Da quelle prime settimane di emergenza, sull’epidemia di Peste Suina Africana (o Psa) si sono spenti i riflettori, nonostante un lento evolversi della malattia, fino ai giorni scorsi, quando quello che molti temevano si è avverato: il virus ha infettato alcuni allevamenti intensivi di suini in Lombardia, in provincia di Pavia, il più grande con 10 mila capi allevati.

“Abbiamo passato mesi a sperare e a pregare ma ora ci siamo, la Psa è entrata nei nostri allevamenti, e questo è certamente il peggior scenario possibile”,  ha detto Alberto Cortesi, presidente di Confagricoltura Mantova. “C’è rabbia perché si è fatto poco per cercare di contrastare l’avanzata dell’epidemia, e ora a pagarne le conseguenze sono gli allevatori. Il settore suinicolo lombardo, ma anche quello italiano, sono a serio, serissimo rischio”, ha detto Cortesi.

Questo “salto di qualità” dell’epidemia ha diverse implicazioni: da una parte si rischia la morte per contagio di migliaia, se non milioni di capi allevati. Dall’altro aumenta la difficoltà di esportare carni e derivati del suino in altri Paesi che temono il passaggio del virus. La Cina, ad esempio, già nel 2022 ha bloccato del tutto l’import di prodotti suini dall’Italia. Altri Paesi hanno preso provvedimenti analoghi o hanno imposto serie limitazioni. Per questo l’industria parla di calo dell’export di circa 20 milioni di euro al mese.

Anche la commercializzazione da aree infette verso l’Italia o verso i Paesi Europei, quando possibile, implica pesanti attività di controllo veterinario, imposte dai regolamenti dell’Unione Europea. Ad esempio, secondo una stima della regione Emilia Romagna, se il virus dovesse raggiungere il distretto produttivo suinicolo tra le provincie di Modena, Reggio Emilia, Parma e Piacenza, l’ente andrebbe incontro a una spesa di quasi 21 milioni di euro l’anno solo per permettere la movimentazione degli animali – ovvero per effettuare controlli veterinari per trasportare gli animali da un allevamento a un altro o portarli al macello.

Ripercorrere le prime fasi dell’emergenza è importante per capire gli errori che sono stati commessi, e valutare le misure che si vogliono adottare adesso.

Nel 2022 l’Italia si è impegnata con l’Unione Europea a realizzare un piano di eradicazione della malattia che si basava sul controllo del territorio: impedire che il virus si spostasse in altre regioni tramite gli animali selvatici creando barriere e recinzioni in grado di isolare l’area di contagio. Questa strategia, caldeggiata dal Centro di referenza nazionale, ha portato risultati significativi in Belgio, che con 350 km di recinzioni ha debellato il virus, e in Germania, che con ingenti finanziamenti e 1500 km di recinzioni ha circoscritto le aree infette lungo il confine con la Polonia, dove ancora circola il virus. Secondo il piano, le recinzioni in Italia avrebbero dovuto essere pronte per luglio del 2022, ma le cose sono andate diversamente.

“La realizzazione delle recinzioni è iniziata a giugno-luglio 2022, quando sarebbe dovuta essere finita”, ricostruisce Guberti. “Ad oggi il sistema non è stato completato e non sarà mai completato, perché a un certo punto invece di questa strategia l’Italia ha scelto di usare un’altra strategia, basata principalmente sull’abbattimento dei  cinghiali, incluse le aree di circolazione virale”.

Secondo Guberti “incentivare l’attività dei cacciatori nelle aree dove circola il virus ha un’alta probabilità di essere controproducente”. Questo dipende dal fatto che la quasi totalità della caccia al cinghiale in Italia (l’88% secondo un’analisi di Ispra) si fa tramite “braccata”, ovvero con gruppi di cacciatori e cani, che implica una grande movimentazione di cinghiali che scappano. Inoltre la presenza di cacciatori, cani, mezzi, in aree dove si trova il virus, che sopravvive per mesi anche nel terreno, presenta evidenti rischi di trasporto e diffusione.

Sono i dati, però, che rivelano che questo sistema non ha funzionato. Nell’arco di un anno e mezzo, dalle province di Genova e Alessandria il virus si è diffuso in altre provincie di Liguria e Piemonte (Asti, Cuneo, Savona), e anche in Emilia Romagna (per ora solo pochi casi in provincia di Piacenza) e Lombardia (11 Comuni in provincia di Pavia, dove nei giorni scorsi ha fatto il suo ingresso nei primi allevamenti intensivi), oltre a raggiungere il Lazio, la Calabria, la Campania e la Basilicata.

“È possibile che la recrudescenza dei casi che abbiamo avuto nei cinghiali ad ovest dell’area infetta di Liguria e Piemonte sia stata determinata da attività di questo tipo”, afferma Guberti. “L’areale di diffusione si è allargato tantissimo l’inverno scorso, non a caso durante il periodo di maggiore attività degli abbattimenti”.

Secondo Guberti, d’altronde, non esiste nessun caso di Paesi in Europa che sia riuscito a eradicare la Peste suina africana incentivando la caccia. Il ricercatore cita i tentativi falliti di Lettonia, Lituania, Estonia, Romania, Bulgaria, Ucraina e Russia, e in particolare della Polonia, che intensificando l’attività venatoria ha di fatto favorito la diffusione del virus anche nei Paesi limitrofi tra cui la Germania.

Ciononostante nei giorni scorsi la politica ha preso una decisione differente. Alla fine della scorsa settimana a Roma si è tenuto un tavolo cui hanno partecipato il ministro Lollobrigida, il ministero della Salute, il Commissario straordinario per l’emergenza Peste Suina Vincenzo Caputo e il ministro della Difesa Guido Crosetto, da cui è emersa la chiara volontà di investire sforzi e risorse (si parla di 3,5 milioni) nella guerra al cinghiale.

Il Piano, discusso anche dalla Commissione agricoltura della Conferenza delle Regioni, riguarda tutto il Paese e mira a un “ipotetico obiettivo della rimozione di circa l’80% dei cinghiali stimati presenti sulla penisola” – che “deve avvicinarsi il più possibile all’obiettivo del 100%” nelle zone ad alta densità suinicola, per larga parte (74%) tramite attività venatoria.

 

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(foto di Kenneth Schipper Vera su Unsplash)

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