I progetti di espansione degli allevamenti ittici lungo le coste greche e il loro impatto su paesaggi, ecosistemi e comunità

di Panayotis Anagnostakis

Quando Spyros Kounadis aveva 20 anni, la costa di Astakos era un tratto di mare aperto punteggiato da piccoli porti e barche da pesca. Oggi, l’area di Mytikas e delle isole Echinadi, nella Grecia occidentale, è occupata in gran parte da gabbie galleggianti, sistemi di ormeggio e imbarcazioni di servizio.

“Sta diventando tutto industriale”, afferma il pescatore 60enne, presidente dell’associazione locale dei pescatori. “È questa la direzione che stiamo prendendo.”

Dal 2011 la Grecia cerca di promuovere l’espansione del settore dell’acquacoltura nei propri golfi e nelle proprie baie. Nel novembre di quell’anno ha adottato un Quadro speciale per la pianificazione territoriale e lo sviluppo sostenibile dell’acquacoltura, un dettagliato piano nazionale di zonizzazione che definisce aree specifiche per l’installazione e il funzionamento degli impianti di acquacoltura marina. Attraverso l’istituzione delle Aree di sviluppo organizzato dell’acquacoltura (Aoad, dall’inglese), il paese punta ad aumentare la superficie destinata alla produzione da 983 a 23.687 ettari in tutta la Grecia, un’espansione pari a 24 volte quella esistente.

Da allora, il piano che riguarda 25 zone votate allo sviluppo dell’acquacoltura ha subito continui ritardi e soltanto un numero limitato di aree è stato formalmente istituito, soprattutto a causa di ostacoli normativi, controversie nella pianificazione, proteste e ritardi amministrativi.

A differenza di altre località designate, caratterizzate da una più marcata vocazione turistica e da una più forte opposizione locale, nel 2023 un decreto presidenziale ha approvato l’espansione del settore nella zona di Astakos, dell’Aetolia-Acarnania occidentale e delle isole Echinadi, creando le condizioni per una delle più grandi aree di acquacoltura intensiva del paese, che si estende su oltre 2.276 ettari tra mare e territorio costiero. Una volta attuato, il piano dovrebbe portare a un aumento della produzione fino a 21 volte i livelli attuali, superando le 52mila tonnellate di pesce allevato all’anno. Si tratta di una quantità maggiore della produzione annua di spigole e orate di Spagna e Italia insieme, gli altri principali produttori dell’Unione europea, che hanno prodotto circa 46mila tonnellate nel 2022. Altre zone della Grecia sembrano destinate a seguire una traiettoria simile.

Secondo i dati dell’Ue relativi al 2023, la Grecia registra circa 63mila tonnellate di pesce pescato, a fronte di oltre 140mila tonnellate prodotte attraverso l’acquacoltura.

“Finiremo per mangiare soltanto orate e spigole d’allevamento”, dice Kounadis. “Tutto arriverà dall’acquacoltura”.

Spyros Kounadis, presidente dell’associazione locale dei pescatori, sulla sua imbarcazione ad Astakos, Grecia occidentale

Astakos e il vicino villaggio di Mytikas sono piccole comunità costiere sulla costa ionica occidentale della Grecia, storicamente legate alla pesca e alle attività marittime, circondate da baie riparate che ad alcuni sembrano luoghi ideali per lo sviluppo dell’acquacoltura.

Constantinos Avdis, piccolo piscicoltore che gestisce un allevamento di 20 ettari a Mytikas, difende invece l’introduzione del quadro normativo che individua specifiche aree destinate all’acquacoltura e stabilisce limiti su dove e come gli impianti possano operare.

“Porta ordine”, afferma. “Prima chiunque, se aveva le giuste conoscenze, poteva mettere in piedi qualcosa”.

Secondo Avdis, la crescita dell’acquacoltura greca è dovuta alla lunga e frastagliata linea costiera del paese e alla possibilità di distribuire gli allevamenti nelle sue numerose baie riparate.

“Concentrare tutto in un unico posto favorirebbe il diffondersi di malattie”, sostiene, aggiungendo anche che l’allevamento offshore presenta notevoli difficoltà a causa del mare mosso e delle condizioni meteorologiche avverse, che lo rendono pericoloso.

I critici, sostenuti da alcuni ricercatori, sottolineano però come questa vicinanza alla costa spesso limiti il ricambio delle acque. Secondo loro, una costa riparata con poca circolazione non favorisce la dispersione dei rifiuti organici, che finiscono per accumularsi sul fondale marino.

Per i pescatori locali, la concentrazione di impianti lungo la costa è già eccessiva.

“In quest’area ci sono circa 26 unità di acquacoltura. Sono troppe. Il sistema non può reggerle”, afferma Kounadis. “Hanno persino legalizzato installazioni che prima erano illegali. È per questo che c’è tensione. Se le cose fossero state fatte correttamente, avremmo potuto convivere tutti”.

Costantinos Avdis, proprietario di un piccolo allevamento , nel suo ufficio a Mytikas, Grecia occidentale

Sull’isola di Poros, una forte opposizione locale sostenuta da Aktaia, un’alleanza panellenica di comunità e organizzazioni contrarie all’espansione su larga scala della piscicoltura industriale, ha contribuito a una decisione del 2025 che ha respinto il progetto di una nuova zona di sviluppo votata all’acquacoltura. La decisione ha di fatto annullato l’espansione prevista e rappresentato una battuta d’arresto all’avanzata della piscicoltura in Grecia.

Tuttavia, in altre parti della Grecia l’espansione dell’acquacoltura ha incontrato minori resistenze, in particolare nelle regioni dove l’allevamento ittico è già integrato nell’economia locale e orientato all’esportazione.

Ad Astakos, il decreto presidenziale del 2023 ha suscitato sorpresa e malcontento tra i residenti e le autorità locali della cittadina costiera, che hanno formalmente contestato il piano di espansione. Nel marzo 2025, il Consiglio di Stato greco ha esaminato un ricorso contro l’Aoad presentato da alcuni comuni e da gruppi della società civile; una decisione è attesa entro la fine dell’anno. Il decreto rimane attualmente in vigore, ma la sua stabilità giuridica è ancora incerta.

Lavagna presso l’ufficio dell’allevamento di Mytikas, Grecia occidentale

“Il problema è che la pianificazione è stata fatta senza di noi. Non siamo mai stati consultati”, afferma Kounadis. “Avremmo potuto trovare un equilibrio e uno spazio per tutti. Invece hanno imposto la decisione dall’alto”.

In tutto il territorio questa trasformazione è già visibile: aree un tempo aperte alla navigazione sono ora soggette a restrizioni che ridefiniscono l’aspetto del mare e il modo in cui può essere utilizzato. Tuttavia, gran parte dell’impatto dell’acquacoltura rimane nascosto sott’acqua.

Studi scientifici sull’allevamento ittico nel Mediterraneo hanno mostrato, ad esempio, come l’accumulo di rifiuti organici e nutrienti sotto le gabbie marine possa influire sui livelli di ossigeno e alterare gli ecosistemi bentonici, soprattutto nelle aree costiere riparate dove la circolazione dell’acqua è limitata.

Avdis risponde a queste preoccupazioni richiamando le pratiche di monitoraggio adottate dall’industria.

“Effettuiamo controlli regolari sull’acqua, sul fondale e sui pesci ogni sei mesi”, afferma.

Secondo lui, l’inquinamento riflette pressioni più ampie che gravano sulla costa, dal deflusso legato alle attività agricole e zootecniche fino agli scarichi fognari.

“Questi villaggi sono stati costruiti per 200 o 300 persone, ma in estate possono arrivare a ospitarne fino a 2mila. È naturale che questo comporti una pressione maggiore”, sostiene.

Anthi Yanoulou, avvocata che assiste il Comune di Astakos e consulente legale di Aktaia, riconosce che tutte le attività economiche hanno un impatto ambientale, ma sostiene che quello dell’allevamento ittico industriale sia particolarmente difficile da valutare perché spesso invisibile e misurabile soltanto attraverso campionamenti, modelli e ispezioni.

“Un sistema difficile da osservare diventa difficile da governare”, afferma.

A suo avviso, ciò crea una sorta di “zona grigia normativa”: non necessariamente perché le norme non esistano, ma perché i controlli sono discontinui, contestati e vulnerabili alle influenze politiche.

Yanoulou evidenzia anche una seconda linea di conflitto: l’apparente squilibrio tra il sostegno politico alla crescita dell’acquacoltura e la realtà vissuta dalle comunità di pescatori.

L’Unione europea sostiene da anni lo sviluppo dell’acquacoltura attraverso finanziamenti e politiche dedicate. Un rapporto del Parlamento europeo del 2024 sulla politica dell’Ue in materia di oceani e pesca sottolinea l’importanza strategica dell’acquacoltura per la ‘sicurezza alimentare’ e la cosiddetta ‘blue economy’.

Pur riconoscendo il ruolo economico dell’acquacoltura, il rapporto sottolinea anche le crescenti tensioni nelle aree costiere, dove gli usi concorrenti dello spazio rendono sempre più fragile l’accettazione pubblica di questo settore.

Gabbie per l’allevamento ittico al largo della costa di Astakos, Grecia occidentale

Lo stesso documento evidenzia la crescente competizione per lo spazio costiero tra acquacoltura, turismo e infrastrutture, una dinamica che riduce le aree disponibili per la pesca artigianale e che viene definita ‘coastal squeeze’, ovvero stress o compressione costiera.

Eppure, lo sviluppo dell’acquacoltura continua a beneficiare di un ampio sostegno finanziario europeo. La Grecia, ad esempio, dovrebbe ricevere circa 364 milioni di euro attraverso il Fondo europeo per gli affari marittimi, la pesca e l’acquacoltura per il periodo 2021-2027, cifra che sale a circa 520 milioni di euro includendo il cofinanziamento nazionale.

La fetta più ampia delle risorse disponibili viene comunque destinata alla pesca (il 57% dell’allocazione complessiva), visto che la Grecia possiede la seconda flotta peschereccia più grande dell’Unione europea, rappresentando nel 2025 il 20,4% di tutte le imbarcazioni da pesca dell’Ue.

Tuttavia, mentre l’acquacoltura viene considerata un settore in crescita – con finanziamenti orientati agli investimenti, all’innovazione e all’aumento della capacità produttiva, nonostante le persistenti difficoltà legate alle autorizzazioni e all’accettazione pubblica – i fondi destinati alla pesca sono rivolti principalmente a misure di sostenibilità, monitoraggio e stabilizzazione del reddito, riflettendo la situazione di un comparto sottoposto a forti difficoltà economiche dovute alla diminuzione degli stock ittici, ai vincoli normativi e alla progressiva riduzione dello spazio disponibile lungo le coste.

Mentre la domanda di prodotti ittici rimane elevata in tutta Europa, le attività di pesca nel Mediterraneo devono fare i conti da anni con gli effetti della sovrapesca e con il declino degli stock ittici.

Secondo un recente rapporto della Fao, soltanto il 35,1% degli stock ittici di Mediterraneo e mar Nero viene sfruttato entro livelli biologicamente sostenibili, nonostante una riduzione della pressione di pesca. Nel frattempo, l’Unione europea continua a dipendere fortemente dalle importazioni per soddisfare il proprio fabbisogno alimentare: circa il 70% dei prodotti ittici consumati proviene infatti da paesi esterni all’Unione.

Kounadis conferma in parte questo quadro, descrivendo un continuo calo nelle catture di pesce selvatico negli ultimi sei anni. Fornisce una stima drastica: per alcune specie, le catture o i guadagni sarebbero diminuiti di circa il 70%. “Il mare si è prosciugato”, dice.

Teme che la pesca non abbia più un futuro. I giovani non scelgono più questa occupazione e molte specie ittiche stanno scomparendo.

“La gente non pagherà 20 euro per un pesce pescato; ne pagherà 7 o 8 per uno d’allevamento”, afferma Kounadis. “La pesca ha contribuito all’economia di questo paese, ma ora viene messa da parte”.

 

Konstantinos Venis ha contribuito a questo articolo.

Questo servizio è stato realizzato con il sostegno di:

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