La pesca del piccolo gamberetto ha segnato un record assoluto tanto da essere chiusa il 1 agosto in via precauzionale. A cosa serve, perché viene pescato così tanto e le richieste per una moratoria.
di Francesco De Augustinis
Le navi procedono lentamente, a poca distanza l’una dall’altra, le reti lunghe centinaia di metri immerse nelle gelide acque dell’Oceano Antartico dove stanno catturando interi banchi di krill (Euphasia superba), una specie di piccolo gamberetto che vive solo in questa regione del pianeta, e che è alla base dell’alimentazione della fauna locale di pinguini, uccelli marini, foche, balene.
Le immagini sono state realizzate dalla Bob Brown Foundation e dall’Ong Sea Shepherd nel mare che circonda la Penisola Antartica, la regione più occidentale dell’Antartide. Proprio in questa porzione di mare si è concentrata la maggior parte della pesca del krill nella prima metà del 2025, portando le flotte a raggiungere un pescato record di 620.000 tonnellate di krill – un dato senza precedenti, che ha destato allarme e fatto scattare la chiusura precauzionale della pesca lo scorso 1 agosto.
“Abbiamo sempre ritenuto possibile che la quota massima fosse raggiunta,” ci ha detto Nicholas Kirkham, portavoce del progetto Pew Bertarelli Ocean Legacy, con sede a New York. “Su questo la comunità delle Ong è stata molto chiara, è necessario gestire l’aumento della capacità di pesca”, dovuta allo sviluppo delle tecnologie e alla crescita della flotta.
Una crescita repentina
La pesca del krill ha origini negli anni ‘70, all’epoca per iniziativa dell’Unione Sovietica. Solo negli ultimi quindici anni però questa industria è tornata a svilupparsi, a partire dagli investimenti del principale produttore, Aker, azienda multinazionale con sede in Norvegia, che opera prevalentemente nel settore del petrolio e del gas, degli allevamenti di salmone e della pesca industriale del krill tramite la controllata Aker Qrill.
Ad oggi ci sono 14 navi “super-trawler” autorizzate a pescare a strascico il krill nell’Oceano Antartico, sotto le bandiere di Cile, Cina, Corea del Sud, Norvegia, Ucraina. Ma la flotta continua a crescere: la Cina ha inaugurato la sua ultima nave soltanto quest’anno, mentre la norvegese Aker Qrill, che ancora rappresenta quasi il 70% delle catture, ha annunciato il varo di una nuova nave nel 2026.
“Vediamo un interesse crescente dall’acquacoltura, dagli allevamenti di salmone, in Cile e Norvegia, con la Norvegia che è il principale produttore di krill,” ha detto Kirkham. “Ma la domanda sta crescendo anche in Cina,” ha detto.
Il krill pescato in Antartide viene ridotto in farina e olio, utilizzati prevalentemente nei mangimi per l’acquacoltura, e in misura minore per produrre integratori di omerga 3 e cibo per animali domestici. Sebbene questo ingrediente sia usato principalmente negli allevamenti di salmone, soltanto pochi giorni fa dei ricercatori affiliati a Aker Qrill hanno pubblicato uno studio per promuoverne l’utilizzo nei mangimi anche di altri tipi di pesci, cercando di far crescere ancora il mercato.
Le catture di krill in Antartide sono aumentate in maniera piuttosto costante negli ultimi anni, passando dalle 106 mila tonnellate del 2006 alle 518 mila del 2015 e infine raggiungendo quest’anno per la prima volta il limite massimo di 620 mila tonnellate, stabilito dalla Convenzione per la protezione delle risorse marine viventi in Antartide (CCAMLR), un organismo internazionale di cui fanno parte 26 Paesi (inclusa l’Italia) più l’Unione Europea, che ha il mandato di tutelare gli ecosistemi marini e regolare le attività antropiche nell’Oceano Meridionale.
“Quello che ha sorpreso tutti è che sia successo quest’anno, ha detto Kirkham. “La previsione era che succedesse tra tre o cinque anni,” ha detto.
La Penisola Antartica e il fallimento del CCAMLR
Il raggiungimento della quota e la chiusura anticipata della pesca hanno scatenato reazioni tra la comunità scientifica e le Ong, preoccupate in particolare di quanto la pesca del krill sia concentrata in poche aree, particolarmente importanti per l’alimentazione della fauna selvatica della regione.
“Quando siamo andati in Antartide nel 2022 e nel 2023, sono rimasto sbalordito, stupito dalla concentrazione dello sforzo di pesca,” ci ha raccontato Alistair Allan, referente per l’Antartide della Bob Brown Foundation. Insieme alla Ong Sea Shepherd, il team di Allan ha monitorato le attività di pesca intorno alla Penisola Antartica, documentando con foto e video quanto l’attività delle grandi navi da pesca si concentrasse in prossimità della terraferma e di banchi di balene. “Abbiamo visto navi su navi che stavano strascicando, pescavano una dietro l’altra, otto super-trawler in una piccola area,” ha detto.
Proprio questa concentrazione della flotta intorno ad aree sensibili dove si concentra il krill è il motivo per cui quest’anno è stato raggiunto il record di catture, per giunta in soli sette mesi. Nell’ultima riunione annuale del CCAMLR, che si è tenuto a ottobre 2024 a Hobart, in Australia, i Paesi membri non sono riusciti a trovare un accordo per rinnovare una misura che imponeva la distribuzione dello sforzo di pesca tra diverse porzioni di oceano Antartico.
“Quella misura di conservazione non è stata rinnovata, non si è raggiunto il consenso,” permettendo la concentrazione dello sforzo di pesca, ha detto Kirkham. “Le Ong e il CCAMLR hanno lavorato duramente per anni per ottenere quella misura di conservazione, che avrebbe evitato questo. Per cui è abbastanza preoccupante.”
Il fallimento del CCAMLR nel mantenere in vigore questa misura si aggiunge a una lunga serie di fallimenti di questo organismo internazionale sulla creazione di un sistema organico di aree marine protette nell’Oceano Meridionale, obiettivo su cui i Paesi membri si erano impegnati sin dal 2009. In particolare una proposta di istituire un’area marina protetta proprio intorno alla Penisola Antartica, avanzata dall’Argentina, è stata bloccata per otto anni di fila per il veto sistematico delle delegazioni di Russia e Cina. Uno stallo che ha finito per sollevare dubbi sull’effettiva capacità del CCAMLR nel rispondere effettivamente al suo mandato.
Navi contro balene
A inizio 2025 Philip Trathan, ricercatore presso la British Antarctic Survey, ha pubblicato uno studio, evidenziando l’impatto della pesca sulle popolazioni di alcune specie di balene, e raccomandando una maggiore considerazione da parte del CCAMLR dell’impatto della pesca del krill su queste popolazioni.
“La pesca avviene vicino alla costa, sulla piattaforma continentale, in tre aree: intorno alla piattaforma continentale stessa, intorno alle Isole Orcadi Meridionali e intorno alla Georgia del Sud”, ci ha detto Trathan. “Queste sono aree davvero importanti per molte specie diverse, come pesci, uccelli marini, inclusi i pinguini, e poi foche e balene,” ha detto il ricercatore.
Secondo Trathan, le conseguenze dell’eccessiva concentrazione della pesca sono già chiare su alcune popolazioni di balene: “Le megattere mostrano segnali di un calo dei tassi di gravidanza”, ha affermato. “E questo potrebbe suggerire che il krill sta diventando un problema limitante per quella specie”.
Le reazioni alla chiusura anticipata
L’industria della pesca del krill si racconta come un’attività vocata alla sostenibilità, e a questo scopo ha creato l’Associazione delle aziende che pescano krill responsabilmente (Ark), che ne rappresenta gli interessi anche in sede CCAMLR.
“I livelli di cattura nella pesca del krill antartico sono aumentati costantemente negli ultimi 15 anni e, pertanto, il raggiungimento del livello limite non è una sorpresa”, ci ha detto Javier Arata, direttore esecutivo di Ark, in una mail.
L’Ark chiede da anni che il CCAMLR adotti un nuovo sistema di gestione del krill, che di fatto comporterebbe anche un aumento delle quote massime di catture, scongiurando quindi nei prossimi anni la chiusura anticipata della pesca avvenuta quest’anno. “L’attuale quota massima è sempre stata intesa come una misura provvisoria e non riflette il quadro di gestione basato sulla scienza,” ci ha scritto Arata.
Secondo Trathan, al contrario, “le catture dovrebbero rimanere basse” finché non avremo maggiori ricerche per valutare meglio l’impatto della pesca sulle popolazioni di balene o pinguini.
Nell’ultima conferenza delle Nazioni Unite sugli oceani, che si è tenuta a Nizza, in Francia, dal 9 al 13 giugno, diverse personalità tra cui la celebre oceanografa Sylvia Earle e l’attore Benedict Cumberbatch hanno chiesto il bando totale della pesca del krill, ritenuta un’industria non indispensabile che sta avendo un impatto su uno degli ecosistemi più fragili rispetto alla crisi climatica.
“Se guardi dove finisce il krill, è usato in cose di cui non abbiamo realmente bisogno,” ha detto Allan. “Il krill non è un alimento essenziale per la sicurezza alimentare globale, non sta nutrendo il mondo. È utilizzato nel cibo per animali domestici, nell’acquacoltura del salmone per nutrire i pesci d’allevamento […] e infine finisce in presunti integratori per la salute,” ha detto.
A giugno uno studio pubblicato su Nature ha dimostrato che le popolazioni di Pinguini Imperatore stanno diminuendo più rapidamente di quanto si pensasse, a causa della “perdita di habitat in Antartide derivante dal riscaldamento degli oceani.” Insieme alla crisi climatica, la pesca del krill è considerata uno dei principali fattori che stanno causando il crollo delle popolazioni di pinguini in Antartide.
“Da un punto di vista morale e filosofico”, ha detto Allan, “dovremmo abbandonare le zone dell’oceano che già affrontano queste enormi sfide, e fare del loro meglio per sopravvivere.”









