La crescita della flotta cinese che pesca calamaro in acque internazionali, gli abusi in mare e come questo prodotto viene esportato e venduto in Italia
di Francesco De Augustinis
Da una parte ci sono delle navi, battono bandiera cinese, stanno in mare aperto anche per due anni di fila senza toccare porto. A bordo i lavoratori pescano calamari, in un regno dove il capitano è l’unica autorità, c’è una netta distinzione – prima di tutto etnica – tra le persone “in comando” e quelli che fanno il lavoro manuale, e non c’è nessuno a cui chiedere aiuto in caso di maltrattamenti, violenze fisiche e verbali. Questa situazione si traduce in frequenti casi di lavoro forzato, pesca illegale, abusi di diritti umani, e persino in un numero inquietante di morti.
Dall’altra parte ci siamo noi: la frittura mista di calamari servita in un affollato ristorantino in riva al mare da qualche parte lungo la costa italiana, il calamaro decongelato esposto in mezzo al pesce fresco in pescheria, o ancora le buste di anelli impanati di calamaro “alla Romana” in offerta al supermercato.
“Oltre il 90%, il 98% addirittura, è congelato,” ci racconta Valentina Tepedino, esperta in prodotti ittici e direttrice dell’azienda di consulenza Eurofishmarket. “E poi ti trovi in tante pescherie, nella grande distribuzione come nella pescheria tradizionale, il calamaro fresco. Dove lo prendano questo fresco, con questa percentuale così bassa, faccio fatica a capirlo,” afferma Tepedino.
Questo è un punto centrale di questa storia: l’assenza di trasparenza della filiera del calamaro, che in alcuni casi nasconde frodi, in moltissimi altri semplicemente l’impossibilità per chi ordina o acquista calamaro, spesso credendolo un prodotto fresco e locale, di sapere da dove venga davvero. E proprio in questa opacità della filiera si nasconde una quantità crescente di calamaro proveniente dalla flotta cinese, oggetto negli ultimi anni di una lunga serie di inchieste giornalistiche e di ONG, che ne hanno denunciato attività di sovrappesca, pesca illegale e frequenti episodi di lavoro forzato e abusi.
“Oggi chi lo consuma, quando compra calamaro, non sa che potrebbe comperare 13 specie differenti, che hanno un valore differente di mercato e delle origini differenti,” afferma Tepedino. L’esperta fa riferimento a “tutto quello che comporta anche la scelta consapevole: da quanto distante proviene, il sistema di produzione e i pescatori come sono assicurati, che tutele hanno, quanto prendono.”
La flotta cinese
La Cina è il più grande Paese al mondo per la pesca del calamaro: nel 2023 le catture ammontavano a 1,1 milioni di tonnellate, circa un terzo delle catture globali. Ma negli ultimi anni la politica di incentivi del governo cinese ha continuato a far espandere la flotta di pesca in acque internazionali. Persino sui numeri c’è opacità: stime ufficiali del governo cinese parlano di 2500 navi che pescano fuori dalle acque territoriali, di cui circa il 30 per cento pesca il calamaro. Secondo una ricerca del think tank inglese ODI global, invece, la flotta cinese in acque internazionali nel 2020 ammontava già a 16.966 navi.
Le principali aree dove le navi cinesi pescano calamaro sono l’Atlantico, di fronte alle acque territoriali dell’Argentina, il Pacifico, al largo delle coste del Perù, e l’Oceano Indiano. L’Atlantico sud occidentale, in particolare, è l’area di pesca da dove provengono le specie più note, il calamaro patagonico e l’Illex argentinus, che per anni è stato nelle mire della flotta spagnola, principale fornitore per l’Italia. Ma le cose stanno cambiando rapidamente.
“Le nostre catture sono invariate,” afferma Edelmiro Ulloa, direttore della cooperativa degli armatori di Vigo, città portuale in Galizia, Spagna occidentale, dove fa base la flotta spagnola del calamaro. Secondo Ulloa negli ultimi anni la flotta internazionale, in particolare cinese, è cresciuta esponenzialmente in questa zona: “Parliamo di 400 barche,” afferma. “La quantità che pesca questa flotta non è del tutto nota, ma non ha niente a che vedere con le nostre quantità, tra le 10 e le 15 mila tonnellate.”
La stessa crescita della flotta cinese è avvenuta in pochi anni nel Pacifico, al largo del Perù. Nelle acque nazionali pesca la flotta Peruviana, seconda produttrice al mondo di calamaro, in questo caso il “calamaro gigante del Pacifico” (o di Humboldt). Oltre le 200 miglia nautiche, invece, la flotta internazionale è passata da 302 navi nel 2016 a 528 nel 2023 – di cui 522 battono bandiera Cinese.
Di pari passo con la crescita della flotta cinese, negli ultimi anni si sono moltiplicate anche le indagini internazionali, che hanno associato queste navi con il ricorso frequente a pratiche di pesca illegale e di abusi.
“Adesso abbiamo il quadro completo,” ci racconta Jesús Urios Culiañez, direttore per la Spagna di Environmental Justice Foundation. L’ong tra il 2025 e il 2026 ha pubblicato tre differenti report, denunciando violazioni documentate a bordo di numerose navi cinesi che operano nell’Atlantico, nel Pacifico e nell’Indiano. L’ultimo rapporto, pubblicato a giugno, riepiloga gli abusi nelle tre aree: sovrappesca, pesca distruttiva, episodi frequenti di taglio delle pinne agli squali, cattura deliberata di altre specie tutelate, abusi e violenze contro i lavoratori, quasi sempre provenienti dall’Indonesia o dalle Filippine.
“Senza alcun preavviso, [uno di noi] è stato picchiato, preso per il collo, e preso a calci,” ha raccontato un giovane marinaio Indonesiano, ex membro dell’equipaggio di una nave cinese attiva nell’Oceano Indiano, agli investigatori di EJF, in una delle 430 interviste che hanno dato vita ai report. “Il capitano e il nostromo si comportavano come se fosse normale, alcuni di loro ridevano anche,” ha raccontato il testimone.
“Per me la cosa più sconvolgente sono le morti in mare,” afferma Urios Culiañez. “Abbiamo documentato nelle tre giurisdizioni 25 morti avvenute su 20 diverse navi, tutte cinesi.” Secondo il ricercatore, quasi tutte queste morti erano evitabili: alcuni erano incidenti, la maggior parte erano dovute a problemi di malnutrizione (la malattia Beriberi, dovuta a carenze vitaminiche), in alcuni casi patologie non curate, come una semplice appendicite, e infine alcuni episodi di suicido e persino un omicidio.
“Alcuni di questi corpi sono stati semplicemente gettati in mare, altri sono stati tenuti nel congelatore,” racconta Urios Culiañez. “Questo è molto grave, e si sarebbe potuto evitare.”
Il calamaro cinese in Italia
Nel 2025 la Cina è stato il principale esportatore al mondo di prodotti legati al calamaro (processati e non) per un controvalore di 1,4 miliardi di euro. La principale destinazione di queste esportazioni sono gli Stati Uniti (171 milioni di euro nel 2025), mentre in Europa il calamaro cinese ha raggiunto prevalentemente la Spagna (144 milioni di euro) e l’Italia (41,9 milioni di euro).
“Il 95 per cento del prodotto che si vende è congelato o decongelato, si importano interi container,” ci racconta Massimo Siccardi, grossista ed esperto del settore ittico, che ci conferma che “adesso sta girando molto il calamaro cinese.”
Un altro operatore della filiera in Italia, che ha preferito restare anonimo, ci ha detto che il prodotto cinese è presente nel mercato, ma la maggior parte del calamaro che si vende a ristoranti, supermercati e pescherie viene dalla Spagna, che resta il nostro principale fornitore di calamari.
Nel 2025 la Spagna è stata la principale esportatrice di calamaro congelato verso l’Italia (31 mila tonnellate, per un valore di 195 milioni di euro nel 2025), ma questo dato va letto e interpretato. “La Spagna risulta il nostro principale Paese da cui importiamo il calamaro e anche il totano,” afferma Tepedino. “Ma nella realtà la Spagna lo ha importato a sua volta da diverse parti del mondo, in questo particolare frangente da India, Marocco, Cina.”
Nel 2025 la Spagna ha importato dalla Cina oltre 41 mila tonnellate di calamari congelati, per un controvalore di 172 milioni di euro – circa il doppio rispetto al 2023, quando le importazioni erano 20 mila tonnellate (79 milioni di euro).
Per gettare luce sui vari passaggi che regolano l’arrivo del calamaro cinese in Italia, abbiamo visitato la fiera Seafood Expo di Barcellona, una delle più grandi del mondo, dove produttori di tutto il mondo si incontrano con intermediari e grossisti europei per fare accordi di fornitura di prodotti ittici. Il calamaro è uno dei protagonisti dell’evento, e quando passiamo tra gli stand delle aziende cinesi, veniamo circondati da agenti che ci propongono occasioni di fornitura a prezzi molto concorrenziali, credendoci importatori.
“Abbiamo 19 navi e tutte pescano calamaro ‘Illex’, abbiamo una capacità di pesca annuale di 40mila tonnellate,” ci racconta un’agente del gruppo cinese Dalian Rich Enterprise Group. Con 4 fabbriche di trasformazione del calamaro, l’azienda – con sede a Dalian, uno dei principali porti della Cina – secondo l’agente è il più grande produttore di calamaro della specie ‘Illex argentinus’ e esporta ogni anno 800 container in tutto il mondo. “L’Italia è il nostro principale mercato per l’Illex,” afferma l’agente, che ci mostra alcuni prezzi, tra cui 5200 dollari a tonnellata per gli anelli di calamaro puliti, che in Spagna sono venduti all’ingrosso intorno ai 10 euro al kg (10mila euro a tonnellata).
Partnership e certificati
Parlando di trasformazione, un aspetto che complica ulteriormente la trasparenza della filiera è che non tutto il calamaro lavorato nelle fabbriche cinesi proviene dalle navi che fanno parte della flotta cinese, per una tendenza degli ultimi anni delle stesse aziende spagnole ed europee di far transitare il proprio calamaro in Cina per le fasi di pulitura e lavorazione. “Ci possono essere degli accordi di collaborazione tra aziende spagnole e aziende cinesi,” ammette Ulloa, direttore della cooperativa armatori di Vigo.
Dal 2023 una serie di inchieste del progetto giornalistico The Outlaw Ocean project hanno acceso i riflettori anche sulle industrie di trasformazione del calamaro e dei prodotti ittici in Cina, svelando anche in questo caso frequenti dinamiche di lavoro forzato.
“Quello che abbiamo trovato è un programma statale di lavoro forzato,” ci racconta Ian Urbina, giornalista e fondatore del The Outlaw Ocean project. L’inchiesta, attraverso interviste ai lavoratori e analisi di contenuti online, ha ricostruito i contorni di due programmi di trasferimento forzoso di mano d’opera, dalla Corea del Nord e tra le popolazioni Uigure dello Xinjiang, fino alle fabbriche cinesi che lavorano il calamaro. “Nel caso dell’industria cinese del calamaro,” continua Urbina, “lavorano non solo prodotti dalle navi cinesi, ma anche quelli provenienti da navi spagnole, italiane o francesi. Sono catturati, congelati, spediti in Cina, decongelati, lavorati, puliti, eccetera, riconfezionati, congelati di nuovo, rispediti in Europa e poi messi nel tuo piatto.”
Il Dalian Rich Enterprise Group, l’azienda che abbiamo incontrato a Barcellona, secondo il The Outlaw Ocean project è una di quelle coinvolte nel programma di lavoro forzato delle popolazioni Uigure. L’azienda non ha risposto ad una richiesta di commento sull’uso di lavoro forzato. L’agente con cui abbiamo parlato, in una email ci ha condiviso una serie di certificazioni per i propri impianti di trasformazione, tra cui un certificato della Marine Stewardship Company (MSC) e l’audit di un ente certificatore privato (Sedex) che esclude il lavoro forzato.
Secondo un rapporto del 2025 siglato da diverse Ong, tra cui Oceana, nonostante le violazioni documentate associate alle flotte cinesi, le esportazioni di prodotti ittici dalla Cina raggiungono l’Europa senza il necessario scrutinio. Tra il 2022 e il 2023, su oltre 13mila certificati relativi alle catture di vari prodotti ittici importati in Europa dalla Cina, solo lo 0,4% è stato verificato dalle autorità degli stati membri, e solo in due occasioni le importazioni sono state bloccate. L’Italia, secondo il report delle Ong, è il fanalino di coda insieme al Portogallo per la verifica ai certificati che permettono l’importazione di prodotti ittici.
Intanto l’Unione Europea ha almeno due distinte normative che dovrebbero tutelare i consumatori contro l’importazione di prodotti ittici a rischio. La prima è il regolamento UE contro il lavoro forzato, che entrerà in vigore a dicembre 2027. Il regolamento non riguarda specificamente il settore ittico, e potrebbe portare dei provvedimenti verso delle singole aziende, dopo eventuali indagini svolte dalla Commissione europea.
La seconda normativa è il regolamento contro la pesca illegale e non regolamentata (IUU), che invece è in vigore dal 2008 e permette alla Commissione di assegnare cartellini gialli o rossi a Paesi “a rischio”, bloccando o attenzionando le importazioni finché i Paesi in questione non si adeguano agli standard Europei. Ad oggi la Cina però non ha nessun tipo di cartellino. Un portavoce della Commissione europea ci ha scritto che questo regolamento comunque riguarda soltanto le pratiche di pesca illegale, per cui non si interessa delle condizioni dei lavoratori, e che non è possibile rendere noto se siano mai state prese iniziative nei confronti della Cina.
“La commissione è molto rigorosa nell’applicare il regolamento, ma meno con la Cina. Con la Cina c’è lassismo nella gestione comunitaria, per motivi strategici,” afferma Ulloa. “Per noi il problema principale è che il prodotto, in questo caso della flotta cinese, entra nel mercato comunitario ed è difficile distinguerlo.”
Guillermo Cid ha collaborato a questo servizio










