Al via Cop16 in Colombia il 21 ottobre: la sfida di mettere a terra gli obiettivi fissati a Montreal così ambiziosi attraverso politiche concrete.

Che ruolo devono avere le popolazioni indigene nella difesa delle ultime foreste del Pianeta? 

Questa è una delle domande che saranno al centro del meeting delle Nazioni Unite sulla Biodiversità (COP16), che si terrà a Cali, in Colombia, dal 21 ottobre al 1 novembre.

“La vera sfida del 21esimo secolo è per la vita,” ha detto María Susana Muhamad, Ministro dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile della Colombia, che farà gli onori di casa per l’evento delle Nazioni Unite. “Se riusciamo a trasformare la nostra relazione con la natura, e le nostre abitudini di produzione e consumo, e adottiamo azioni per promuovere la vita invece di distruggerla, affronteremo finalmente le sfide più importanti della nostra epoca,” ha detto Muhamad presentando l’evento.

Lo scopo della conferenza è vitale quanto difficile. Quella della biodiversità è forse la peggiore crisi che sta attraversando il Pianeta, con circa il 69% delle specie selvatiche già scomparse dal 1970 ad oggi – un numero che ricorda molto il concetto di estinzione di massa e che non può lasciarci indifferenti, sia per la nostra dipendenza dagli ecosistemi in cui viviamo, sia perché le cause sono tutte di origine antropica, dal riscaldamento globale, alla deforestazione, dall’inquinamento (chimica e plastica su tutti) all’antropizzazione dei territori.

Proprio per far fronte a questa catastrofe invisibile, due anni fa il precedente meeting globale sulla biodiversità (COP15, a Montreal, in Canada) firmò un accordo storico, il Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework, per creare un sistema di protezione del 30% della biodiversità delle terre e dei mari entro il 2030, e impegnarsi a sostenere con 30 miliardi di dollari in aiuti annuali la conservazione nei Paesi in via di sviluppo.

La sfida di quest’anno, in Colombia, è di mettere a terra questi obiettivi così ambiziosi, attraverso politiche di attuazione concrete. Tra queste politiche, una domanda al centro del tavolo è il ruolo da affidare alle popolazioni indigene, che ancora oggi popolano gran parte delle ultime aree “incontaminate” del pianeta, principali riserve di vita e biodiversità. 

Le guardie dell’Amazzonia

A livello globale si stima che tra 400 e 500 milioni di indigeni occupino il 20 per cento delle terre. La conferenza in Colombia accenderà i riflettori in particolare sulle popolazioni indigene che abitano l’Amazzonia, che con 5,5 milioni di km2 è ancora uno dei principali hotspot di biodiversità rimasti. Si stima che in questo bioma viva circa il 10% delle specie note del Pianeta, ma l’Amazzonia oggi è anche uno dei territori maggiormente sotto pressione per l’avanzare delle attività antropiche, dai pascoli e l’agricoltura che causano la deforestazione, all’estrazione di risorse minerarie.

“Le minacce principali sono le stesse, dalla colonizzazione ad oggi,” ci racconta Yorli Margoth Lasso Queta, una piccola produttrice agricola della popolazione indigena Cofán, che vive nel territorio di Putumayo, in Colombia, al confine con l’Ecuador. Incontriamo Yorli a margine di un panel al Festival di Internazionale a Ferrara dedicato alla lotta di questa popolazione: “Oggi ci troviamo a sopravvivere e a resistere a tutto quello che è successo con la colonizzazione, a partire dall’Ecuador, con il saccheggio delle pelli, l’evangelizzazione, il saccheggio del bestiame, il caucciù, l’arrivo delle aziende petrolifere e poi con il diffondersi di  coltivazioni illegali,” afferma Yorli, riferendosi alle coltivazioni di coca e papavero, una vera piaga per il territorio. “Deforestano molto, fanno largo utilizzo di chimica per produrre, contaminano l’ambiente, i nostri fiumi, le nostre acque,” racconta.

Ad oggi il popolo Cofán conta quasi 2000 persone, in un territorio che si estende al confine tra Ecuador e Colombia e che è composto in gran parte di foresta. In entrambi i Paesi, i Cofán sono coinvolti in progetti pubblici per essere coinvolti nel monitoraggio del territorio e della foresta, contro i bracconieri, chi entra per per estrarre legname o altre risorse, e anche contro i corrieri della droga.

“Dal territorio dipende la nostra alimentazione, la nostra medicina, la nostra economia, ma anche la spiritualità,” afferma Yorli. “Stiamo lavorando per creare una guardia indigena che possa controllare il territorio, attraverso attività di formazione,” ci racconta. Nella pratica, l’attività di monitoraggio dei Cofán in Ecuador e Colombia ha principalmente un’attività di deterrenza, ma sta avendo risultati positivi, documentati da una migliore conservazione delle aree di foresta coinvolte negli ultimi anni. Secondo Yorli, il successo di questo tipo di operazione passa dalla formazione dei “guardiani” indigeni del territorio, ma anche dal riconoscimento del popolo Cofán – anche istituzionale – come un soggetto che ha un rapporto ancestrale con il territorio, che ha il diritto e il dovere di tutelarlo

Investire nelle comunità

Il coinvolgimento delle comunità indigene è una strategia adottata da anni da molti progetti di cooperazione internazionale per tutela del territorio, delle foreste e della biodiversità. L’Agenzia Francese per lo Sviluppo, ad esempio, ha varato un programma in Sudamerica che si chiama TerrIndigena, che ha lo scopo di collaborare con le popolazioni ancestrali per la difesa del territorio in Ecuador, Colombia e Brasile.

“Il progetto ha già dato frutto,” afferma Patricia Navas, coordinatrice del progetto. “Ad oggi coinvolge 16 territori indigeni, in un’area di 17,5 milioni di ettari, e coinvolge 3.777 persone. Ha rafforzato le capacità di monitoraggio delle comunità indigene, formando 113 persone per effettuare in modo corretto un’attività di monitoraggio della foresta,” ha detto Navas.

Secondo João Campos-Silva, cofondatore dell’Istituto brasiliano Juruá, che si occupa di conservazione dalla sua sede di Manaus, nel cuore dell’Amazzonia Brasiliana, “i luoghi dove ci sono programmi per coinvolgere le comunità nella protezione del territorio sono isole di biodiversità, piene di vita rispetto ad altre zone non protette.”

“Per molti anni l’Amazzonia è stata considerata come un ambiente incontaminato, come un ambiente vuoto,” afferma Campos-Silva, intervenendo a un panel sulla biodiversità organizzato dal Wilson Center in vista della COP16 in Colombia. “Ma quando andiamo dentro l’Amazzonia, scopriamo che è piena di persone. Ci sono diversi gruppi indigeni, che coesistono con la biodiversità da tantissimo tempo. Molti di questi gruppi ancora vivono in profonda relazione con la natura, e in molti casi in una relazione sana,” ha detto.

Secondo Campos-Silva, le comunità indigene possono fare la differenza nella difesa del territorio e della foresta, a condizione che siano coinvolte in modo istituzionale, prendendo in considerazione la complessità dei singoli territori, le diversità culturali, le condizioni di vita di queste popolazioni. “È molto importante permettere a queste persone di continuare a vivere in aree rurali, ma di farlo in buone condizioni,” ha detto Campos-Silva.

L’altro lato della medaglia

Che succede, al contrario, quando le comunità indigene sono tagliate fuori dai progetti di conservazione? Negli ultimi anni si sono moltiplicate in diverse parti del mondo delle denunce di violazioni di diritti umani, legate a progetti di conservazione finanziati con investimenti internazionali che non hanno però tenuto in considerazione la presenza di popolazioni locali sui territori da proteggere.

Nelle scorse settimane l’Ong Oakland Institute ha pubblicato un rapporto dedicato a quanto sta succedendo nella Repubblica Democratica del Congo, altro hotspot globale di biodiversità e al tempo stesso Paese flagellato dalla deforestazione e dallo sfruttamento delle risorse agricole e minerarie.

Sulla base di diverse indagini sul campo, realizzate da organizzazioni congolesi nell’arco di alcuni mesi, il report descrive in dettaglio come le forze di sicurezza e le guardie ecologiche coinvolte per la “protezione ambientale” e la conservazione di alcuni Parchi nazionali e aree protette nella parte orientale del Paese, abbiano di fatto perpetrato “orribili violenze e atrocità contro le comunità indigene,” spinte con la forza al di fuori del proprio territorio.

“Oggi il parco è pieno di uomini armati che cercano risorse minerali, abbattono alberi, tagliano le piante,” racconta nel rapporto un esponente anonimo della comunità Batwa, il principale popolo indigeno di cacciatori raccoglitori nella Repubblica Democratica del Congo, in riferimento al Parco Nazionale di Virunga, patrimonio Unesco al confine orientale del Paese. “Ecco perché… hanno paura che se andiamo nella foresta, scopriremo tutti i luoghi dove stanno facendo questa attività mafiosa,” sostiene l’esponente Batwa.

Secondo il rapporto di Oakland Institute, nel caso della Repubblica Democratica del Congo “è urgente cambiare corso e mettere in campo una protezione ambientale efficace e equa, con il rispetto, la protezione e la completa partecipazione delle comunità locali e delle popolazioni indigene.”

 

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(foto di Kirandeep Singh Walia)

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