L’Italia indietro per la strategia 30×30 delle Nazioni Unite. Mediterraneo hotspot di biodiversità e della crisi climatica, ma solo lo 0,04 per cento dei mari italiani è precluso alla pesca.

​di Francesco De Augustinis

Servizio realizzato con il supporto di Journalismfund Europe

Entro il 2030 l’Italia si è impegnata a garantire una “protezione totale” al 10% dei propri mari, per contribuire a salvare la biodiversità del Mediterraneo, ma ad oggi soltanto lo 0,04% delle acque nazionali sono precluse alla pesca, mentre il governo sta cercando strade per rispondere agli impegni internazionali senza limitare l’attività della propria flotta.

“L’Italia dovrebbe riuscire a fare in modo per il 2030 di proteggere in modo efficace il 30% dei propri mari, e il 10% con aree protette in modo rigoroso,” afferma Leonardo Tunesi, Dirigente di ricerca emerito, associato dell’​​Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra). Secondo Tunesi, la definizione di “protezione rigorosa” (strict protected areas) in Unione Europea significa una totale chiusura delle attività di pesca, e in Italia “attualmente, con le nostre superfici, siamo allo 0,04%.”

L’obiettivo 30×30 per l’Italia è messo nero su bianco nella Strategia nazionale per la biodiversità, ma nasce da un trattato delle Nazioni Unite, che impegna tutti i Paesi a mettere sotto protezione il 30% degli oceani entro la fine del decennio. 

Il Mediterraneo è un hotspot di biodiversità, particolarmente importante per questa sfida: secondo l’Unione internazionale per la conservazione della natura (IUCN), il mare nostrum vanta una varietà tra le 15 e le 25 mila specie vegetali e almeno 1900 specie animali, ma “circa il 19% sono a rischio estinzione” per la perdita degli habitat dovuta all’attività antropica e alla crisi climatica, all’arrivo di specie aliene e al sovrasfruttamento.  

La pesca è considerata uno dei principali fattori di stress: la FAO stima che circa il 58% delle specie ittiche nel Mediterraneo e nel Mar Nero sia in condizioni di sovrapesca, con alcune specie come il nasello, l’anguilla, la sardina, la sogliola, la triglia, lo scampo o il pesce spada in condizioni di grave sovrasfruttamento. 

L’Italia rappresenta di gran lunga la più grande flotta del Mediterraneo, con circa 10mila imbarcazioni e il 39% delle catture totali. Ma la strategia italiana per limitare le aree di pesca soffre gravi ritardi, mentre diverse voci contestano al governo la creazione di “parchi di carta”: aree nominalmente sotto tutela, ma che mancano di reali protezioni, in particolare nei confronti della pesca. 

“In Italia nelle aree marine protette non si pesca,” afferma Valentina Di Miccoli, responsabile della campagna mare di Greenpeace. “Vediamo che in queste aree gli habitat stanno meglio: nonostante gli effetti del cambiamento climatico si notino anche qui, si vede che la biodiversità risponde meglio,” afferma. 

Il problema, secondo Di Miccoli, è che “parliamo di aree molto piccole,” mentre il Ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica per raggiungere gli obiettivi sta guardando ad altre forme di protezione, come le aree protette della rete Natura 2000, legate alla direttiva Europea Habitat, dove rispetto alla pesca “non c’è nessuna misura di tutela: si può pescare, si può fare lo strascico, si può fare tutto.”

Parchi di carta

Secondo l’Agenzia Europea per l’ambiente, “l’istituzione di una rete di aree marine protette ben progettata e gestita efficacemente è fondamentale per ricostruire e ripristinare gli ecosistemi marini e la biodiversità, garantendone i benefici a lungo termine”. 

Il concetto della “gestione efficace” è centrale: in Italia, già all’interno delle aree marine protette in tanti denunciano problemi di fondi e di normative, che rendono difficile far rispettare le tutele, anche nei confronti della pesca illegale. “La proposta su cui siamo tutti d’accordo è rendere almeno omogenei i soggetti che gestiscono le aree marine,” ci dice Saul Ciriaco, direttore dell’area di Miramare (Trieste), gestita dal WWF. Ciriaco si riferisce a una proposta di revisione della normativa italiana che potrebbe essere votata dal parlamento entro fine anno, e che cerca di superare un’annosa frammentazione degli enti di gestione, a volte consorzi, a volte ong, a volte comuni o regioni, che comporta inefficienze e discontinuità.

Nelle aree Natura 2000 ci sono simili problemi di gestione, ma la pesca è generalmente consentita. “La maggior parte delle aree Natura 2000 permettono la pesca, perché sono state progettate per delle esigenze specifiche di protezione, di alcuni habitat o di alcune specie,” ci dice Susan Gallon, responsabile scientifico di MedPan, la rete degli enti gestori delle aree protette nel Mediterraneo. “Se un’area Natura 2000 è stata creata per tutelare degli uccelli marini,” afferma, “ai pescatori viene detto di non curarsene.”

Dal 2024 l’Italia è sotto procedura di infrazione europea, perché l’abbondante attività di strascico in alcune aree Natura 2000 ha comportato un numero eccessivo di catture accidentali di uccelli marini tutelati, come la berta maggiore e la berta minore, rimasti impigliati nelle reti. 

“Le violazioni riguardano la flotta italiana e l’attuazione della direttiva Habitat,” ha detto a inizio luglio la commissaria UE all’ambiente Jessika Roswall. “Diverse località e siti Natura 2000 in tutta Italia sono stati considerati come esempi delle violazioni oggetto di contestazione.”

Secondo Greenpeace, che ha condotto un monitoraggio sulle catture accidentali nelle aree Natura 2000 italiane in collaborazione con la Lipu, “una sola ‘calata’ di ami di tonni, che può comportare il dispiegamento di circa 600 ami, ha comportato l’uccisione di 25 berte solo nel più recente giorno di osservazione.”

Eppure Ispra, per conto del Ministero, annovera queste aree tra quelle sotto tutela in ottica 30×30: “Con una nuova serie di siti che sono stati proposti adesso, probabilmente supereremo il 30%” di protezione, ci dice Tunesi, che pure ammette che in queste aree “a livello europeo bisognerebbe cominciare a pensare a misure per regolamentare il prelievo ittico.”

Con lo stesso approccio, Ispra e Ministero considerano “sotto tutela” anche altre aree, come il Santuario dei cetacei, una grande porzione di mare di fronte alla Liguria dove la pesca è regolarmente consentita, e vorrebbero farsi “validare” dalle autorità internazionali anche altre aree dove la pesca è limitata, come le aree vicine alla costa, o le aree di mare con profondità oltre i 1000 metri, dove la pesca a strascico è bandita. 

Il Ministero dell’ambiente non ha risposto alle nostre richieste di commento. 

Chiudere per aprire

Un discorso a parte meritano le Zone di tutela biologica (ZTB), aree con alcune restrizioni alla pesca, istituite a partire dagli anni ‘70 con diversi decreti dal Ministero dell’Agricoltura (oggi della sovranità alimentare e delle foreste), in aree chiamate di “nursery”, dove abbondano i giovanili di alcune specie ittiche particolarmente sfruttate, soprattutto il nasello. Ad oggi queste aree non rientrano nel computo dell’Ispra, anche se Tunesi auspica che il ministero che le ha istituite ne chieda presto il riconoscimento.

Nel 2022 la Ong MedReact ha pubblicato un report, in cui definiva anche le ZTB dei “parchi di carta”, denunciando che “il divieto di pesca a strascico era rispettato solo in una delle ZTB, mentre le altre 11 erano soggette a pesca a strascico illegale”.

Secondo Francesco Colloca, dirigente di ricerca della Stazione zoologica Anton Dohrn, che ha partecipato ai lavori per identificare alcune di queste aree, negli anni passati le restrizioni alla pesca in queste aree sono state rispettate poco, fino a quando nel 2023 le Zone di tutela biologica del Tirreno sono state usate dal governo come “misura di compensazione,” per evitare riduzioni più drastiche dello sforzo di pesca. “Il Ministero ha sostanzialmente identificato aree che erano già state identificate, però chiudendo la pesca a strascico tutto l’anno,” afferma Colloca.

Per questo motivo, secondo i dati del Global Fishing Watch, che abbiamo analizzato con il supporto della Ong Oceana per questo articolo, si continua a pescare nelle due principali Zone di tutela biologica dell’Adriatico: per il 2024 abbiamo rilevato 661 ore di pesca apparente nell’area delle Isole Tremiti, e altre 820 ore nell’area Barbare, in prossimità del Conero.

Diversa la situazione nelle ZTB del Tirreno, dove la riduzione dello strascico trova riscontro nei numeri, ma a fronte delle chiusure di queste piccole porzioni di mare, le flotte di pescherecci hanno recuperato giorni di pesca.

“Gli anni precedenti c’erano giorni aggiuntivi che dovevamo ‘consegnare,” ci dice Salvatore Cicatello, presidente della cooperativa dei pescatori di Civitavecchia, mentre adesso “possiamo pescare cinque giorni a settimana,” rispettando il solo mese di fermo biologico previsto nel mese di ottobre.

Un problema comune

La scarsa performance dell’Italia sulle aree protette è in linea con gli altri Paesi del Mediterraneo, dove si stima che meno dello 0.06% del mare goda di una protezione totale, quasi esclusivamente grazie ai Paesi UE, mentre paesi come la Libia non hanno attivato alcuna forma di protezione. “Oltre il 97% delle Aree Marine Protette si trova in acque comunitarie,” ci dice Susan Gallon. “Si tratta di un divario enorme in termini di protezione nel Mediterraneo tra Nord e Sud.”

Eppure il problema in Italia ha un peso specifico diverso, sia perché l’Italia ha la più grande flotta e rappresenta il 39% delle catture totali, sia perché l’attuale dato 0,04% è destinato a crollare ulteriormente. In questi giorni il governo Italiano sta formalizzando una “zona economica esclusiva” in mare, estendendo la propria sovranità dalle attuali 12 miglia fino a 200 miglia nautiche, o fino alla “mezzeria” con le acque di competenza di altri Paesi dirimpettai – aumentando esponenzialmente l’area di mare su cui ha giurisdizione, e su cui quindi dovrebbe garantire delle tutele. 

“Questo è un grosso problema per fare in modo che l’Italia arrivi al 30%,” ci dice Tunesi. “In realtà tutto quello che è all’interno delle 12 miglia sarebbe già il 30%, non sarebbe neanche sufficiente, andrebbe chiuso tutto.”

Sullo sfondo il nodo del consumo: ad oggi l’eccessivo sfruttamento delle risorse ittiche non riesce a soddisfare il consumo pro capite, in Italia stabile a 30 chilogrammi di pesce l’anno, superiore alla media UE che si aggira intorno ai 23 chili (dati Eumofa 2024). Questo genera una dipendenza dalle importazioni da paesi extra UE, di fatto delocalizzando lo sforzo di pesca verso altre aree del Pianeta – tra cui le acque internazionali, le grandi porzioni di oceano fuori dalla giurisdizione degli Stati, che sarebbero anch’esse oggetto di un trattato per la protezione verso l’obiettivo globale del 30×30, che l’Italia però non ha ancora ratificato.

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