L’impatto delle fabbriche di farina di pesce che serve per i mangimi di salmoni, spigole e orate d’allevamento in Europa, Turchia, Cina. I risultati del progetto «Liminal Lab»
di Francesco De Augustinis
Partire, abbandonare i propri villaggi, imbarcarsi via mare verso l’Europa, perché di colpo vengono a mancare le proprie fonti di sussistenza. Questa è la storia che i ricercatori del progetto “Liminal Lab”, legato all’Università di Bologna, hanno incontrato più di frequente, in una lunga serie di interviste e indagini svolte nell’arco di tre anni in Gambia, Africa Occidentale, per valutare l’impatto ambientale e sociale delle fabbriche di farina di pesce che si stanno moltiplicando in tutta la regione.
“Quel che mi ha colpito è che negli ultimi anni, dall’apertura di queste fabbriche di farina di pesce, non parliamo più di gambiani che si spostano altrove per imbarcarsi su delle navi dirette alle isole Canarie o in Europa, ma sono le stesse imbarcazioni da pesca nei villaggi dove si trovano le fabbriche che vengono utilizzate come mezzo per partire,” ci racconta Jack Isles, uno dei responsabili della ricerca “Emptying the Sea.” Isles ha viaggiato nel Paese africano con i suoi colleghi più volte negli ultimi anni, svolgendo una lunga serie di incontri e interviste con gli abitanti, e ha individuato la presenza delle fabbriche di farina di pesce come uno dei fattori scatenanti di un diffuso fenomeno migratorio.
“In Gambia la produzione di farina e olio di pesce contribuisce a un grande problema di sovrappesca, che è il fattore trainante delle migrazioni,” ha detto il ricercatore. “Grandi pescherecci stranieri, pescherecci europei, queste attività di pesca industriale hanno avuto un enorme impatto sul prezzo e sulla disponibilità del pesce sulle coste del Gambia.”
I ricercatori stimano che ad oggi nei Paesi dell’Africa Occidentale – Gambia, Senegal e Mauritania – operino circa 60 fabbriche che producono farina e olio di pesce, prevalentemente gestite da imprese cinesi ed europee. In Gambia le tre fabbriche, Golden Lead, JXYG e Nessim, sono tutte di proprietà esclusiva o prevalente di investitori cinesi. La produzione è destinata all’esportazione, ma si lascia alle spalle un territorio impoverito e spogliato delle proprie risorse.
La competizione per il pesce
Le fabbriche di farina di pesce producono farina e olio di pesce, che vengono poi utilizzati prevalentemente come ingrediente proteico per produrre mangimi per allevamenti ittici di specie carnivore come il salmone, il gambero o – nel Mediterraneo – la spigola, l’orata e la trota d’acqua dolce.
La produzione del Gambia finisce prevalentemente in Cina, ma nel 2019 un rapporto della Ong Changing Markets Foundation ha tracciato delle esportazioni anche in Cile, secondo produttore al mondo di salmone atlantico dopo la Norvegia, e in Turchia, che è il principale produttore di spigole e orate, che finiscono anche nel mercato italiano.
Ad alimentare le fabbriche sono prevalentemente sardine e bonga, pesci “piccoli pelagici” che in questa regione sono alla base della dieta, rappresentando la principale fonte proteica per l’80% della popolazione. Secondo le stime dell’industria, servono tra i 4 e i 5 kg di pesce fresco per produrre un chilo di farina di pesce. Per questo negli ultimi anni ha destato crescente preoccupazione il moltiplicarsi di queste fabbriche nei Paesi dell’Africa occidentale, potenzialmente a rischio di insicurezza alimentare.
“È questa fabbrica che rende il pesce costoso qui, perché se pescano, tirano fuori tutto,” ha detto ai ricercatori una donna del villaggio di Sanyang, dove si trova una delle fabbriche. La donna svolge l’attività tradizionale della essiccazione sotto sale del pesce che viene pescato localmente, in genere sardine e bonga, che poi sarà destinato al consumo locale. “La fabbrica rende il pesce troppo costoso,” ha raccontato la donna.
Diverse fonti hanno connesso l’approvvigionamento delle fabbriche alla cattura illegale di pesci giovanili, troppo piccoli per essere adatti al consumo umano, che invece possono essere utilizzati per produrre olio e farina. “Il pesce che si dovrebbe riprodurre per domani, finisce tutto lì,” ha detto una fonte locale ai ricercatori di Liminal Lab.
L’impatto sui villaggi
Nel 2023 un rapporto di Amnesty international ha descritto il “costo umano” della sovrappesca in Gambia, proprio puntando il dito contro le fabbriche di farina e olio di pesce. “Città costiere come Sanyang dipendono pesantemente dal pesce pelagico, sia per l’assunzione quotidiana di proteine, sia per le attività economiche,” hanno scritto i ricercatori di Amnesty. “Le attività di pesca, compresi i grandi pescherecci stranieri e le fabbriche di farina di pesce, minacciano i diritti economici e sociali delle comunità locali,” sostiene l’Ong.
Amnesty ha stimato per il Gambia una produzione di circa 3700 tonnellate (2018), e quindi un fabbisogno di pesce fresco di 16,6 mila tonnellate, l’equivalente di un terzo delle catture totali del Paese.
I ricercatori di Liminal hanno osservato come la produzione di olio e farina di pesce abbia contribuito anche al degrado ambientale ed economico delle cittadine costiere dove operano le fabbriche. Intorno all’impianto di Gunjur, dove si trova la fabbrica Golden Lead, l’indagine ha geolocalizzato numerosi incidenti ambientali dal 2015 ad oggi, come delle infiorescenze algali, delle maree rosse che hanno invaso la baia comportando fenomeni di mortalità di massa di pesci selvatici, a causa dello sversamento di “elevate concentrazioni di fosfati” direttamente in mare.
A questi fenomeni si aggiungono problemi di inquinamento atmosferico, che hanno colpito l’agricoltura nelle aree circostanti, o -a causa dei forti odori – persino il settore turistico, che in questi centri rappresenta la seconda fonte di reddito per le popolazioni locali. “Questa parte del Gambia era dedicata all’ecoturismo, e prosperava prima dell’arrivo di queste fabbriche,” ha detto ai ricercatori Ahmed Manjang, direttore dell’associazione Conservationists & Ecotourism di Gunjur. “Ma ora che sono qui, con questo odore… se vieni durante la stagione non puoi stare seduto qui. L’odore arriva fino al soggiorno.”
Pesce per mangimi
Lo scorso giugno un’indagine di Foodrise, un’altra ong con sede nel Regno Unito, ha stimato l’impatto della produzione degli allevamenti di spigole e orate del Mediterraneo rispetto alla sicurezza alimentare. Secondo l’associazione, “nell’oceano potrebbero restare 300.000 tonnellate di pesce, ovvero oltre un quarto di persone in più (28%) potrebbe essere nutrito con una porzione settimanale di 200 g di pesce, se non venisse utilizzato per nutrire spigole e orate d’allevamento” in Turchia, Grecia, Italia, Spagna e in altri Paesi del Mediterraneo.
L’Ong ha puntato il dito anche contro i fondi Europei, che sostengono lo sviluppo e la crescita di questi allevamenti di pesci “carnivori” con ingenti fondi. Nel periodo 2021-2027 la Grecia riceverà 91 milioni di euro per sostenere l’acquacoltura sostenibile,” scrive Foodrise.
Anche i ricercatori di Liminal Lab, a valle della loro ricerca, si interrogano sul sostegno a questo settore da parte dell’Unione Europea. “Nonostante le prove che la produzione di farina e olio di pesce stia causando corruzione, degrado ambientale e migrazioni forzate,” affermano nel loro rapporto, le 60 fabbriche “lungo le coste dell’Africa Occidentale sono elencate come stabilimenti approvati dall’Unione Europea” per l’importazione di materie prime.
(Cover photo: Liminal LAB)








