Un report di Oceana ha identificato almeno 105 navi da pesca di grandi dimensioni, che appartengono ad aziende o a cittadini Europei ma operano sotto le cosiddette “bandiere di comodo”.

​di Francesco De Augustinis

Una nave battente bandiera dell’Ecuador naviga nel Pacifico Meridionale. Si tratta di una nave da pesca lunga 78 metri che da mesi sta facendo la pesca a circuizione del tonno striato, in particolare nelle acque del piccolo stato insulare di Kiribati.

Negli stessi giorni un’altra nave, stavolta battente bandiera del Senegal, sta pescando nelle acque nazionali senegalesi. Pratica la pesca a strascico non selettiva, per cui cattura diverse specie di pesci, come il merluzzo o la sogliola, e di cefalopodi, come le seppie e i polpi.

Entrambe le navi hanno alcune caratteristiche in comune: appartengono entrambe a delle aziende europee, ma utilizzano bandiere di Paesi non-UE, che hanno ricevuto un cartellino giallo dall’Unione Europea perché non mettono in pratica sufficienti controlli contro la pesca illegale. Ed entrambe sono autorizzate ad esportare in Europa, con una buona fetta delle catture che finisce proprio in Italia.

“Paesi come l’Ecuador, Panama, il Senegal, hanno ricevuto un cartellino giallo dall’Unione Europea, perché non rispettano le normative internazionali contro la pesca illegale,” afferma Vanya Vulperhorst, responsabile in Europa per le campagne contro la Pesca illegale e per la trasparenza all’ong Oceana.

L’organizzazione ha pubblicato a febbraio un report in cui ha identificato almeno 105 navi da pesca di grandi dimensioni, che appartengono ad aziende o a cittadini Europei ma operano sotto le cosiddette “bandiere di comodo”, ovvero bandiere di Paesi che non garantiscono sufficienti standard normativi, oppure di paradisi fiscali, o ancora di Paesi che hanno ricevuto un cartellino giallo dall’Unione Europea per i controlli inadeguati contro la pesca illegale.

Secondo Oceana, 33 di queste imbarcazioni, che pescano con bandiere come Panama, Belize, Senegal o Ecuador, sono comunque autorizzate a esportare la loro produzione in Europa.

“L’Europa deve assicurarsi che i suoi cittadini non siano collegati a situazioni potenziali di pesca illegale,” ha detto Vulpherost, secondo cui la Commissione Europea dovrebbe attivarsi per creare un registro che garantisca la trasparenza sulla proprietà delle flotte. “Sapere chi possiede le flotte e trae profitto dalla loro attività è fondamentale per rendere concreta la politica comunitaria di tolleranza zero contro la pesca illegale,” ha detto.

A febbraio la Commissione Europea ha dedicato uno studio al tema delle navi europee che navigano con “bandiere di comodo”, e su questo potrebbe avviare un processo regolatorio nei prossimi mesi.

Il tonno Ecuadoriano

L’Ecuador ha un cartellino giallo dall’Unione Europea dal 2019, dovuto a “gravi carenze nelle attività di controllo, in particolare per quanto riguarda l’attività delle industrie di pesca e trasformazione del tonno.” Proprio l’industria del tonno è uno dei motivi per cui il Paese sudamericano è uno dei massimi esportatori al mondo di prodotti ittici, con l’Europa che rappresenta uno dei principali mercati. Nel 2025 i Paesi UE hanno importato 200mila tonnellate di tonno in scatola dall’Ecuador, per un controvalore di quasi 1 miliardo di euro, con l’Italia tra le principali destinazioni (25mila tonnellate di importazioni dirette, con altre 52mila importate dalla Spagna, che è un paese di transito per il tonno e altre specie ittiche da paesi extra UE – dati Eurostat).

Secondo un’indagine del 2025 dell’Università di Santiago di Compostela, che ha fornito la base dati per la ricerca di Oceana, ci sono almeno due navi che pescano tonno con bandiera dell’Ecuador e che appartengono al gruppo italiano Factory Holding, la holding che controlla il Gruppo Bolton, a sua volta proprietario di marchi del tonno in scatola come Tonno Rio Mare in Italia o Conservas Garavilla in Spagna.

Contattata per questo servizio, l’azienda ha ammesso di utilizzare navi da pesca con bandiera dell’Ecuador. “La scelta della bandiera è dettata da necessità operative e regolamentari,” ci ha scritto Bolton, secondo cui per pescare legalmente nel Pacifico Orientale “è indispensabile” utilizzare flotte che battono bandiera dei Paesi costieri sudamericani.

Secondo le mappe del portale Global Fishing Watch, gran parte dell’attività apparente di pesca delle navi prese in considerazione avviene nella Zona Economica Esclusiva (ZEE) del piccolo stato insulare di Kiribati, nel bel mezzo del Pacifico. La vasta superficie di oceano che rientra nelle acque di Kiribati è uno dei principali hotspot per la pesca del tonno striato, a sua volta una delle specie più utilizzate per la produzione di tonno in scatola.

L’Unione Europea ha un accordo con Kiribati, che regola l’attività di tre navi con bandiera Spagnola e una con bandiera Francese per operare nella zona a determinate condizioni. L’uso di una bandiera non europea in questo caso, oltre a legare le attività ai controlli di un Paese non-UE, potrebbe permettere alle imbarcazioni di pescare in queste acque tramite accordi diversi – una pratica non illegale, ma che pone questioni di trasparenza e concorrenza.

Secondo Bolton, tutte le proprie imbarcazioni rispondono alle regole ICCAT – l’ente internazionale che regola la pesca del tonno – e dell’Ecuador, che dopo il cartellino giallo avrebbe intrapreso un processo di miglioramento dei sistemi di controllo e monitoraggio della pesca: “Il risultato è un progressivo allineamento agli standard richiesti dalla UE, che ha riconosciuto gli avanzamenti e sta valutando la rimozione del cartellino,” ci scrive l’azienda.

Secondo Orestis Schinas, Professore associato di finanza navale presso l’Università dell’Egeo e uno degli autori dello studio pubblicato dalla Commissione Europea sulle bandiere di comodo, “nella pesca in alto mare la scelta di una bandiera di comodo può essere collegata all’accesso in alcune aree, o ad accordi bilaterali.”

“È importante sottolineare che la scelta di una bandiera extra-UE non è di per sé illegittima,” ha detto Schiras. “Le implicazioni dipendono dall’efficacia con cui lo Stato di bandiera esercita le proprie responsabilità.”

E il polpo senegalese

Anche il Senegal è un paese che ha ricevuto nel 2024 un cartellino giallo dall’Unione Europea a causa di controlli giudicati non soddisfacenti contro la pesca illegale. La Commissione UE, nel motivare il provvedimento, parla di “carenze individuate nei sistemi di monitoraggio, controllo e sorveglianza” e di “esportazioni illegali dal Senegal verso il mercato dell’UE, il che compromette l’affidabilità del sistema di tracciabilità su cui si basa la certificazione della legalità dei prodotti ittici.”

Da diversi anni nelle acque di competenza esclusiva senegalese opera una flotta di navi battenti bandiera senegalese ma riconducibili a Paesi UE, in particolare collegate ad alcune aziende spagnole, che spesso operano attraverso “joint venture” con aziende locali.

Anche in questo caso molto del pescato, in particolare prodotti come il polpo, le seppie o i gamberi, finisce in Spagna e spesso in Italia, che ha una forte domanda di consumo. Nel 2025 il Senegal ha esportato direttamente in Italia oltre 3 mila tonnellate di seppie congelate e quasi 5 mila tonnellate di polpi congelati. Nello stesso anno la Spagna (anche in questo caso spesso Paese di transito) ha importato dal Senegal 900 mila tonnellate di seppie e 3 mila tonnellate di polpo congelati, e ha esportato in Italia 30 mila tonnellate di seppie congelate e 11 mila tonnellate di polpo congelato (dati Eurostat).

Il problema della pesca internazionale nelle acque senegalesi e di altri Paesi dell’Africa occidentale riguarda lo sfruttamento degli stock ittici, che ne rappresentano la base della sufficienza alimentare.

“Abbiamo navi in Marocco, Mauritania, Senegal, Angola e Congo. Abbiamo navi da pesca in questi Paesi e anche in Sud America, in Ecuador, Guatemala, Panama e altri,” ci ha detto Javier Perez, presidente dell’associazione di categoria dell’industria della Pesca europea Europeche.

Secondo Perez, quello delle imbarcazioni che operano sotto altre bandiere è un falso problema, anche nei casi come il Senegal dove c’è un cartellino giallo UE. “Il fatto che l’Unione Europea abbia dato dei cartellini gialli perché considerano che alcuni di questi paesi, come il Senegal, l’Ecuador o Panama, non stiano collaborando nel contrasto alla pesca illegale, questo non significa che siano bandiere di comodo,” ha detto Perez.

Sul fronte dei controlli, però, Perez riconosce che “la responsabilità è del Paese di bandiera”, non del Paese Europeo. Nel caso del Senegal, ad esempio, “il vero problema che vedo è la carenza di risposte dal governo senegalese rispetto alle richieste della Commissione Europea,” ha detto Perez.

Sul fronte delle soluzioni

Nel dossier della Commissione Europea dedicato alle bandiere di comodo si legge che “l’Europa è impegnata a estendere i principi della Politica Comune della pesca oltre le proprie acque di competenza. Questo include sostenere migliori normative internazionali sulla registrazione delle navi e sulla responsabilità, per ridurre l’uso di bandiere di comodo, che spesso permettono di fuggire le normative o permettono attività di pesca illegale.”

Questo impegno, secondo fonti interne alla Commissione, attualmente si traduce in un’analisi approfondita del problema che porterà poi a un possibile intervento normativo.

Secondo Schinas, il primo passo dovrebbe essere “migliorare il sistema di trasparenza sulla titolarità effettiva delle flotte, per garantire che le responsabilità ultime di controllo dei pescherecci siano chiaramente identificabili.”

Anche Oceana di fatto chiede alla Commissione UE un sistema più trasparente: “Vogliamo che gli stati membri chiedano alle aziende di registrare la proprietà di imbarcazioni all’estero,” ci ha detto Vulperhorst.

 

Foto: Greenpeace

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