La pelle non sarà tra le materie prime oggetto del nuovo regolamento europeo contro la deforestazione (EUDR), che entrerà in vigore a partire dal 30 dicembre del 2026.

​di Francesco De Augustinis

La pelle non sarà tra le materie prime oggetto del nuovo regolamento europeo contro la deforestazione (EUDR), che dopo anni di rinvii e ostacoli entrerà finalmente in vigore a partire dal 30 dicembre del 2026.

Il regolamento EUDR è considerato una normativa cardine del Green Deal Europeo, e introduce una serie di regole per evitare che alcuni prodotti a rischio deforestazione importati in Europa, come il legno, la carne di manzo, l’olio di palma, la soia, il caffè o la gomma, provengano da aree di recente deforestazione, introducendo un sistema all’avanguardia di tracciabilità.

Secondo la FAO, circa il 90 percento della deforestazione tropicale è legata all’avanzata dell’agricoltura, in particolare alla creazione di pascoli e monocolture di soia (destinata prevalentemente alla produzioni di mangimi) in Sudamerica, e di olio di palma in Indonesia e Malesia.

I pascoli bovini sono considerati il principale vettore di deforestazione al mondo, responsabili da soli di circa l’80 percento della deforestazione nella foresta Amazzonica Brasiliana.

Per questo, il testo originario del regolamento EUDR, adottato nel 2023, includeva tra le materie prime i bovini e i prodotti derivati, tra cui le pelli grezze. L’Europa infatti è una grande importatrice di pelli dal Sudamerica, che finiscono prevalentemente in Italia, dove vengono utilizzate nei distretti conciari per la produzione di eccellenze del Made in Italy nel settore arredo, pelletteria e accessori, abbigliamento, automotive.

Nel 2025 l’Italia è stata la principale importatrice UE di pelli grezze dal Brasile, per un controvalore di 116 milioni di euro, e ha importato pelli dalla Cina (108 milioni di euro) e dagli Stati Uniti (95 milioni di euro). L’Italia è stata anche la principale destinazione per le pelli esportate dal Paraguay, altro paese hotspot di deforestazione, per un controvalore di 18 milioni di euro.

Eppure il 13 luglio la commissione UE ha approvato un pacchetto di semplificazione, con cui ha disposto la modifica dell’elenco delle materie prime incluse nella normativa EUDR, eliminando la pelle, i cui importatori non dovranno pertanto più rispondere alle stesse regole di tracciabilità.

Lobby e reazioni

La rimozione della pelle dalla lista di prodotti inclusi nell’EUDR è stata definita dall’industria conciaria come un traguardo raggiunto, dopo anni di interlocuzioni politiche. “La decisione della Commissione è un passo nella giusta direzione affinché la pelle sia riconosciuta per quello che è davvero: un materiale durevole e un sottoprodotto delle industrie della carne e del latte,” ha detto in un comunicato Edoardo De Paola, il segretario generale dell’associazione di categoria europea Cotance.

Il settore conciario in Italia e in Europa sposa da anni il principio che la pelle sia un sottoprodotto della carne, e che pertanto la tracciabilità delle materie prime debba risalire soltanto ai macelli, e non ai pascoli da dove originano gli animali e che potrebbero trovarsi in aree di recente deforestazione.

Secondo Cotance, questa tesi è dimostrata da delle linee guida pubblicate a giugno dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per lo sviluppo industriale, secondo cui a livello globale il valore economico delle pelli nell’industria della macellazione è pari all’1,5 per cento della produzione. 

A questo dato si contrappone quello prodotto da uno studio della Cornell University e della New York University, pubblicato nello stesso mese, secondo cui il valore economico della pelle è molto più alto, intorno al 5 per cento, e ancora più alto in particolare nei Paesi oggetto di deforestazione come il Brasile e il Paraguay, dove la pelle non appartiene a bovini da latte, ma a bovini allevati appositamente per produrre carne e pelli.

“Abbiamo valutato che le pelli hanno un valore dell’8 per cento a livello di macello,” ha detto al ONE EARTH Matthew Hayek. “Il che significa che possiamo chiamarlo sottoprodotto o co-prodotto, ma è comunque un prodotto di valore a sostegno dell’attività dei macelli.”

A prescindere dai numeri, molti marchi del settore pelle da anni hanno riconosciuto il ruolo di questa materia prima anche rispetto alla deforestazione, e per questo hanno aderito a programmi di certificazione che si occupano di tracciabilità, di cui il più noto è il Leather Working Group – che però restano impegni volontari e non vincolanti.

Né Cotance, né l’associazione di categoria italiana Unic hanno risposto a nostre richieste di commento.

Secondo un’analisi dell’osservatorio LobbyFacts, riportato dal giornale Mongabay, entrambe le associazioni hanno incontrato i legislatori in almeno 22 occasioni dal 2021, e l’EUDR è stata discussa in almeno 11 di questi incontri.

Questa attività di lobby ha avuto culmine con una lettera che Antonio Tajani, vice-presidente del Consiglio dei Ministri e ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, ha inviato al presidente della Commissione UE Ursula von der Leyen e al commissario al Commercio Maroš Šefčovič a giugno 2025, chiedendo l’esclusione della pelle dal regolamento EUDR, o una “profonda semplificazione”.

Questa pressione politica ha portato la Commissione UE a presentare il 4 maggio 2026 la proposta di esclusione della Pelle dall’EUDR. La proposta è poi andata in porto il 13 luglio, nonostante il gruppo di lavoro della Commissione UE che ha curato questo dossier abbia riconosciuto in un documento ufficiale elevati benefici ambientali ed economici che avrebbe avuto l’inclusione.

Concorrenza sleale

Il gruppo di lavoro della Commissione ha notato nel documento che mantenere la pelle nel regolamento avrebbe creato il rischio di un “approccio iniquo, perché gli importatori di prodotti finiti (come le scarpe, le borse o altri articoli) avrebbero potuto continuare a venderli nel mercato comunitario” senza dover rispondere alle stesse normative sulle materie prime. In altre parole, produttori di paesi non-UE avrebbero potuto continuare a importare pelli sudamericane, potenzialmente legate alla deforestazione, trasformarle in prodotti finiti o in pelli semilavorate, da esportare in Europa senza rispondere alla stessa normativa.

“L’inclusione dei prodotti derivati per risolvere questo problema non può essere preso in considerazione in questa fase,” ha scritto il gruppo di lavoro della commissione UE, per via dell’elevato numero di prodotti che sarebbe entrato nel regolamento, rendendone impossibile l’attuazione nei tempi stabiliti. Pertanto la commissione ha deciso più semplicemente di sottrarre dal regolamento le importazioni di pelle.

“Questa per me è la dimostrazione di una carenza di ambizione,” ha detto a ONE EARTH Charlie Hammans, giornalista che collabora con la Ong inglese Global Witness.

Hammans da anni realizza inchieste che collegano l’importazione di pelle in Europa con la deforestazione in sudamerica – un tema che con il progetto ONE EARTH abbiamo raccontato sin dal 2017, e con il documentario Deforestazione Made in Italy.

Come altri esponenti di Ong con cui abbiamo parlato, dopo il disappunto per la decisione della Commissione, oggi Hammans confida che la pelle possa tornare nel regolamento con la prossima revisione del regolamento, prevista per giugno 2030: “Spero di vedere nei prossimi anni una proposta che metta sullo stesso piano le aziende e quanti non rispettano gli stessi standard ma esportano prodotti finiti o semilavorati nel mercato comunitario,” ha detto.

La decisione di escludere la pelle dall’EUDR sarà definitiva dopo la pubblicazione in gazzetta ufficiale, prevista a metà settembre, salvo possibili obiezioni da parte del Parlamento Europeo o del Consiglio Europeo nei prossimi due mesi.

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