La preoccupazione delle Ong e dei pescatori per l’aumento eccessivo di quote. Il rischio di fa crollare la popolazione di tonni – per ora in salute – e anche i prezzi di vendita
di Francesco De Augustinis
Le immagini mostrano centinaia di tonni che nuotano stancamente formando dei cerchi ripetitivi, che roteano all’infinito. Molti esemplari presentano delle ferite e delle abrasioni della pelle, uno sembra aver perso gli occhi.
Il video è stato girato alcune settimane fa in un impianto di ingrasso del tonno rosso, nel Mar Mediterraneo, dall’Ong Compassion in World Farming (CIWF), che ha pubblicato un rapporto esprimendo preoccupazione per l’aumento vertiginoso della quantità di tonni che finiscono negli allevamenti, e per la scarsa o nulla attenzione che il settore produttivo riserva al tema del benessere animale nelle gabbie.
“L’altra cosa che ho visto nei video era l’elevata densità degli animali,” ha detto al Corriere Elena Lara, ricercatrice e policy advisor di CIWF, che ha curato il rapporto. “Considerando che sono grandi predatori, che sono nuotatori molto veloci, che devono nuotare sempre per poter respirare, vederli in queste densità elevate è stato impressionante,” ha detto.
Il tonno rosso pescato nel Mediterraneo finisce solo in misura marginale sulle tavole dell’Italia e degli altri Paesi che si affacciano sul “mare nostrum”. La stragrande maggioranza delle catture avviene con sistemi di “circuizione”, grandi reti che imprigionano interi banchi, ed è destinata agli impianti di ingrasso: gabbie in mare dove i capi vengono nutriti con grandi quantità di pesce selvatico per circa 6-7 mesi per farli aumentare di peso, prima di essere macellati e venduti quasi esclusivamente al mercato giapponese, per la produzione di sushi e sashimi.
Nel Mediterraneo i principali Paesi che fanno questa attività di ingrasso sono Malta, Spagna, Turchia e Croazia – quest’ultima prediligendo tonni più piccoli per un periodo più lungo di ingrasso. L’Italia è protagonista di questa industria per quanto riguarda le catture, con 22 navi che hanno licenze per la pesca a circuizione, catturando tonni che vengono poi venduti prevalentemente a Malta, mentre per l’allevamento sta vagliando la possibilità di aprire nuovi impianti.
L’industria si è espansa vertiginosamente in soli due decenni. Nel 20026 nel Mediterraneo c’erano 13 allevamenti, mentre oggi le licenze di impianti di ingrasso sono 123. Di pari passo, la produzione è aumentata esponenzialmente. Nel 2003 si contavano 55mila capi “allevati,” per una produzione di 1800 tonnellate, mentre nel 2024 i capi erano 1 milione e la produzione di 36mila tonnellate.
Questa crescita non è stata indolore. Nel 2009 l’eccessivo sfruttamento ha portato il tonno rosso nel Mediterraneo ad essere classificato come specie a rischio. Già dal 2007 la Commissione internazionale per la conservazione dei tonnidi dell’Atlantico (ICCAT), l’ente internazionale che gestisce lo sfruttamento di questa specie, aveva intercettato i segnali di allarme, lanciando un piano di recupero di 15 anni basato su quote pesca e controlli, e riducendo sostanzialmente le catture.
Questa politica ha portato i suoi frutti: nel Mediterraneo la specie è in recupero, e non è più considerata a rischio dal 2021. Nell’ultima riunione dell’ICCAT, però, alla fine del 2025, l’ente ha deciso di cedere a pressioni politiche e di aumentare esponenzialmente le quote. Per l’Atlantico orientale e il Mediterraneo, nel triennio 2026-2028, le catture annuali sono state portate a oltre 48mila tonnellate, con un aumento del +19,3% rispetto agli anni precedenti.
Questo aumento, secondo Lara, potrebbe segnare un pericoloso passo indietro, portando a un nuovo calo degli stock. “Siamo preoccupati che ora che le popolazioni di tonno sono in condizioni migliori possiamo finire per aumentare troppo la pesca,” ha detto l’esperta. “Crediamo che nel lungo periodo questo ci riporterà nella stessa situazione.”
Secondo Lara, inoltre, l’aumento degli allevamenti è anche un segnale preoccupante, per l’insostenibilità di questo modello, che fa larghissimo sfruttamento di pesci selvatici per la produzione di mangimi, e per i problemi di benessere animale, che non sono rigidamente normati in Europa per le produzioni ittiche.
Le popolazioni di tonno
Secondo Antonio Di Natale, biologo marino ed ex coordinatore del programma di ricerca ICCAT sul tonno rosso, ad oggi lo stock di tonno rosso nel Mediterraneo appare in salute, con un certo margine di incertezza dovuto alla scarsità dei dati disponibili. “La reale situazione dello stock credo che non la conosca bene nessuno,” afferma Di Natale. “Proprio perché questi grandi pesci hanno l’abitudine di muoversi da una parte all’altra dell’oceano e i nostri strumenti sono tutti strumenti abbastanza indiretti.”
Secondo Di Natale, inoltre, molti segnali mostrano una rilevante incidenza della pesca illegale nel Mediterraneo, con i dati di catture che sarebbero sottostimati. “Le attività di pesca illegale si possono ridurre, ma farle scomparire è praticamente impossibile, perché richiederebbe un controllo totale di tutte le barche,” ha detto Di Natale, portando l’esempio di un’operazione della Guardia Civil spagnola con Europpol, che nel solo 2017 aveva portato a galla un sistema di catture illegali da circa 2,5mila tonnellate per il valore di 12 milioni di euro.
Anche alcuni pescatori a circuizione con cui abbiamo parlato ci hanno riferito di catture che uscirebbero dai radar dell’ICCAT, denunciando irregolarità nel passaggio dalle navi agli allevamenti. “Quando passiamo i tonni dalla barca alla gabbia, si vede facilmente che il peso non è quello dichiarato di 60 o 70 kg (per ogni esemplare), noi lo vediamo,” ci dice un pescatore che lavora su una nave italiana, chiedendoci di mantenere l’anonimato. Secondo il pescatore, nonostante il controllo di osservatori ICCAT, ci sarebbe un frequente metodo per sottostimare il peso dei tonni venduti agli allevamenti – il che comporterebbe meno introiti per gli armatori, ma anche un maggior numero di catture. “Come pescatori siamo preoccupati della direzione che ha preso la pesca, come aumento delle quote e della pesca indiscriminata,” ci racconta il pescartore. “Ci saranno persone, imbarcazioni e armatori, che non riusciranno a raggiungere la quota. C’è pericolo di andare incontro a una situazione in cui lo stock è a rischio di tornare indietro,” ha detto.
Secondo Di Natale le preoccupazioni dei pescatori sono ad oggi al vaglio della Commissione Europea, per le opportune verifiche, in quanto il fenomeno “preoccupa” per il rischio che un numero di catture superiore possa inficiare il sistema delle quote.
Tristan Camilleri, consulente tecnico della federazione dei produttori Maltesi, ha replicato al Corriere sostenendo che questa accusa è “infondata”: “Gli allevamenti sono soggetti a rigorosi controlli nell’ambito del quadro normativo UE e ICCAT, tra cui videoregistrazione, sistemi di telecamere stereoscopiche per determinare le dimensioni e il peso dei pesci, presenza di osservatori e verifica da parte delle autorità competenti,” ci ha detto in una e-mail.
Lo stesso Camilleri in occasione del recente aumento delle quote di pesca aveva espresso preoccupazione, per il rischio che l’eccessiva disponibilità di tonno rosso sul mercato ne potesse comportare la caduta del prezzo.








